La prima volta in Africa (quella sub Sahariana)
è stata in Benin. La
prima volta che si va in Africa, è raro che si scelga
il Benin come Paese da visitare. Infatti la scelta non è
stata casuale. In Benin ci sono andato con Silvio. Silvio
me l'ha presentato Alfredo, un amico comune, un giorno di
fine gennaio. Silvio è un erborista
e conosce l'Africa. Dell'Africa
e della gente che ci vive, ha una vasta cultura. Lo ascolti
con interesse, con curiosità, con attenzione. Un'attenzione
che ti porta a conoscere cose che vanno al di là
degli stereotipi su questo
Continente. Non ti parla di tramonti, del "mal d'Africa",
di politica. Silvio ti parla dell'anima
della gente, di come scorre
la vita al di sopra e al di sotto dell'equatore.
Di come si sopravvive e di
come si muore negli angoli
nascosti di questo Paese.
Mentre meditavo su quanto Silvio mi raccontava, lo stesso
mi disse: "Tra circa tre settimane vado in Benin perché
è da molti mesi che manco e sento di avere un debito
con quel Paese. Se vuoi possiamo andarci insieme".

© Mario Bosia |
Il nostro fu un breve incontro. Avrei voluto fargli mille
domande, lo avrei ascoltato per ore ma non c'era tempo.
Salutai Silvio e ringraziai Alfredo per quell'incontro.
Tre settimane dopo, un "767" dell'Air France atterrava
sulla pista di Cotonou. Alle
otto di sera, c'erano 28 gradi e il tasso di umidità
era del 75 %. Io ero lì.
Al nostro arrivo, ci accoglie una ragazza dell'Hotel du
Port dove abbiamo preso alloggio. Contratta per noi il prezzo
della corsa con Felix, tassista che ci accompagna all'hotel
e che incontreremo anche il giorno dopo alle nove. Destinazione,
"nouvelle ville" di Cotonou dove si trovano il
convento di clausura delle Clarisse
e il Centre de Sante Marie des Anges.
Nel Centre de Sante, i malati
vengono visitati da tre medici
e da due infermieri. Uno di
questi, ci mostra un registro sul quale vengono annotati
i malati che fanno capo al centro con le relative note.
Nell'ultima colonna, la scritta in rosso pone fine alle
sofferenze: decedè.
Suor Juana Francisca arriva
dal Nicaragua. E' responsabile della farmacia. La malaria
la accompagna da troppo tempo, ma tiene duro. La preoccupazione
maggiore di Suor Juana è che troppo spesso, i malati
non tornano a farsi curare
presso il centro, soprattutto per due motivi: si affidano
allo stregone del villaggio
e poi, non hanno neppure i soldi per pagarsi il moto
taxi; unico mezzo per raggiungere il centro. Suor
Juana ci fa visitare il centro. Le suore hanno creato tre
sale nelle quali fanno scuola
ad alcune ragazze di taglio e cucito,
insegnano igiene domestica,
e a leggere e scrivere.
Le stesse ragazze, le vediamo poco più tardi, pranzare
in uno dei tanti maquis (chioschi
che servono pasti in piedi) sparsi lungo la strada prospiciente
il Centre, confusi tra le molteplici bancarelle che vendono
benzina di contrabbando proveniente dalla Nigeria. Il pranzo
consiste in un piatto di manioca, salsa di pomodoro e fagioli.
Prezzo 250 cfa (circa 40 centesimi di euro).

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Cotonou è la città
più grande del Benin. Caotica,
inquinamento da gas di scarico
che ti penetra in gola come una lama, sporcizia
all'inverosimile, moto Yamaha trasformate in taxi che, se
non ti scansi in tempo, rischi le gambe. Pare che in tutto
il Paese, i moto taxi siano circa trentamila. Il nostro
hotel, confina con i containers del porto. Di fronte all'hotel,
un vecchio cartellone pubblicitario ricorda: 14 jours Cotonou
– Amerique. Non sarà una pubblicità
accattivante, ma sicuramente essenziale.
Recuperiamo un taxi e partiamo alla volta di Zagnanado.
Lasciamo il convento delle Clarisse nella nouvelle ville.
Quando vedo arrivare il nostro taxi, una vecchissima Peugeot
504, chiedo a Suor Miriam di pregare per noi. Il nostro
autista ha vent'anni ma ne dimostra quindici. Non fa in
tempo a caricare una valigia che già il motore perde
colpi e si spegne. Non parla francese ma il fon,
la lingua locale. Non comunichiamo per tutto il viaggio
se non a gesti. La terra si solleva al passaggio degli altri
mezzi che ci precedono e le baracche che vedo, di colpo
vengono circondate da una nebbia rossastra. La polvere entra
in auto e quasi si soffoca. Il finestrino dell'auto non
funziona e quindi, non ci resta che fare un po' di apnea.
Avrei voglia di scattare alcune fotografie ma Silvio me
lo sconsiglia. Ancora poche centinaia di metri e ci siamo.

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Zagnanado è un villaggio poverissimo
distante tre – quattro ore di auto da Cotonou, dipende
dal traffico e dai camion fermi per manutenzione sui bordi
della strada.
Il Centre Gbemontin è
destinato alla cura della tubercolosi,
della malaria, dell'ulcera
di Buruli.
Suor Lola è laureata
in chimica e si occupa dell'istruzione
dei bambini del villaggio. Il suo compito consiste nell'approvvigionare
materiale didattico e abbigliamento per i bambini.
Suor Dionisia e Suor
Francisca si occupano dei fabbisogni più svariati,
coadiuvate da due novizie Beninesi: Virginie
e Jacqueline. Si fanno carico
di educare alcuni volontari indigeni nella raccolta e nella
lavorazione della manioca (tubero preziosissimo e basilare
risorsa alimentare del popolo Beninese). Suor
Angela è la responsabile della farmacia.
La vera "protagonista" del Centre Gbemontin è
senza dubbio Suor Julia. E'
lei ad occuparsi dei malati
che arrivano quotidianamente nel Centro (circa trecento).
E' lei che tutti i martedì in sala
operatoria, compie la sua missione.
E' la prima tra le suore a fare la comunione al mattino.
E' l'ultima alla sera a rientrare "Devo andare a vedere
come stanno le persone operate". Naturalmente non è
sola, ma il suo carisma è
così forte che tutto pare ruotare attorno alla sua
figura. I malati che arrivano nel Centro di Zagnanado, sono
colpiti dall'Aids (dal Sida,
come dicono i Francesi), dalla tubercolosi,
dalla malaria, dall'ulcera
di Buruli. Sul registro dei ricoveri del 2003, sono
annotati 372 ammalati di Buruli. Il numero, purtroppo, è
destinato a salire.
Comincio a fare un giro nel Centro giusto per rendermi
conto dell'ambiente e, naturalmente, lo faccio portandomi
dietro le mie macchine fotografiche. Avverto su di me sguardi
sospettosi che ricambio con timidi sorrisi. Il primo giorno
faccio pochi scatti, per lo più "rubati"
e comunque cerco di non avvicinarmi troppo, se non con lo
zoom.
Quando entro in sala operatoria,
mi guardo intorno, atterrito. I corpi (per lo più
di bambini) sono deturpati dalle ulcere. Non posso scappare,
non posso fare finta di niente. Sono venuto fin qui per
denunciare con le fotografie, questa malattia terribile.
Incomincio a scattare…. Per tre giorni mi rendo conto
che alcuni minuti passati in quella sala, durano ore.

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A proposito del Buruli
Informazioni generali
L'ulcera del Buruli (o infezione da Mycobacterium ulcerans)
è un'infezione cutanea umana causata dal Mycobacterium
ulcerans. E' la micobatteriosi che si incontra attualmente
più spesso nella zona tropicale dopo la tubercolosi
e la lebbra.
Epidemiologia
L'ulcera del Buruli è stata riconosciuta per la prima
volta nel 1897 in una regione dell'Uganda, il Buruli, poi
in Australia nel 1937.
Il numero dei casi è impressionante in Africa occidentale:
12.033 dal 1978 al 2001. Non ci sarebbero, invece, più
casi in Uganda.
Trasmissione
L'origine ambientale dell'ulcera del Buruli è attualmente
sempre più evidente. Il serbatoio del M. ulcerans
sarebbe l'ambiente idro-tellurico. E' molto probabile il
ruolo delle cimici acquatiche (Naucoridae) nella trasmissione.
Si tratta di cimici carnivore molto aggressive che pungono
l'uomo. Gli studi fatti sui topi, sottoposti alla puntura
delle cimici, gli studi sulle ghiandole salivari delle cimici
confermano il ruolo delle cimici d'acque come ospiti del
M. ulcerans ed eventuali vettori di contaminazione.
Studi recenti suggeriscono che nell'ambiente il M. ulcerans
possa svilupparsi sulla superficie di vegetali acquatici.
Esisterebbe un ospite intermediario tra vegetali e cimici:
molluschi acquatici (lumache d'acqua).
Età, sesso
L'ulcera del Buruli colpisce preferibilmente i bambini a
partire dai 2 anni, senza preferenza di sesso. Colpisce
più spesso le donne degli uomini in età adulta.

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