© Edoardo Agresti
|
Ottobre 2003:
già dall'arrivo a Yangoon,
l'antica capitale birmana, improvvisamente ti accorgi che
le 11 ore di volo, necessarie per raggiungere il Paese dall'Italia,
ti hanno catapultato indietro di decenni;
il Boeing, decollato da Roma, è diventata una magica
macchina del tempo che ti ha condotto in un passato
di cui non hai memoria, ma che forse ritrovi nei racconti
sbiaditi di qualche vecchio contadino di sperdute campagne
toscane.
Il cambiamento è immediato, stai entrando
in una dimensione nuova, ti
stai calando in un'atmosfera diversa,
in situazioni inconsuete, con incontri che non hanno mai
fatto parte delle tue esperienze quotidiane.
L'energia elettrica è razionata; il
computer è un elemento pressocché sconosciuto;
tutte le registrazioni, dagli aeroporti agli alberghi, vengono
accuratamente appuntate a mano; l'arrivo e la partenza degli
aerei viene segnalata dai rintocchi di una campana, mentre
il cellulare è un oggetto conosciuto da pochi ricchi
"iniziati". Su tutta questa strana realtà
vigila, dosa, controlla, punisce, dirige una ristretta classe
di militari che tiene la Birmania
in questo stato di quiescienza temporale da ormai molti,
troppi anni.
Ma la gente…?
Ormai è da tanto che la mia professione di fotografo
mi permette di viaggiare, conoscendo popoli diversi, culture
diverse, abitudini e costumi particolari, molto lontani
dagli ormai stereotipati ritmi occidentali. Ma è
la prima volta che m'imbatto in persone così "belle".
Ognuno è disponibile,
affabile, gentile;
i sorrisi, i saluti, l'accoglienza è pura,
sincera. Attenzioni che si
riservono soltanto a persone speciali sono, invece, per
i Birmani, il loro modo naturale di comunicare.
© Edoardo Agresti
|
Sebbene la situazione politica gli impedisca
qualsiasi sorta di cambiamento e una pressocché totale
chiusura al mondo "esterno", negli occhi della
gente non traspare tristezza, angoscia, delusione. Si riesce
a leggere, come tra le righe di un libro di storia scolorito,
la fierezza di un popolo che
nel passato costituiva uno delle imperi più
temuti e potenti d'oriente.
Ed ecco, come di consueto, che la fotografia
entra con "prepotenza"
in questo contesto. Vengo così rapito dalle innumerevoli
sensazioni che si alternano
davanti al mio obbiettivo: è un mosaico fatto di
colori, presenti ma mai invadenti;
di gesti, quotidiani, ma per
me inconsueti; di sguardi,
stupiti ma sempre sorridenti. Un insieme di tessere
che si accavallano con continuità lasciandomi stordito,
quasi ipnotizzato, ma costante nel premere il pulsante di
scatto delle mie Nikon.
Mi muovo tra gli Ahka,
gli Ann, gli Shan,
i Chin, i Feth,
popoli che si raggiungono dopo ore di trekking nella giungla
o dopo ore di navigazione in piroga sui pescosissimi fiumi
che attraversano dal Nord al Sud il Paese.
Non parliamo la stessa lingua, l'inglese è un idioma
altrettanto strano quanto il nostro "melodico"
italiano, culturalmente ci divide l'intero universo, non
sappiamo niente l'uno dell'altro, ma comunichiamo.
Gesti, sorrisi, ammiccamenti e si entra naturalmente in
sintonia. Noi sospesi in una
dimensione eterea, loro affascinati dal magico bagliore
di un colpo di flash. Non c'è repulsione, né
offesa, ma comprensibile meraviglia per questo "strano
personaggio" che si muove con due macchine fotografiche
al collo, gilet pieno di pellicole, uno zaino pesantissimo
e che, tutto sudato, si arrabatta in un'attività
per loro forse sconosciuta.
© Edoardo Agresti
|
E' emozionante avvicinarsi a queste persone
che vivono la semplicità
dei lavori quotidiani seguendo lo scorrere naturale del
tempo. I loro gesti sono scanditi dai ritmi di antiche
tradizioni culturali. Ma dopo questi attimi di novità,
la loro vita riprende da dove si era inaspettatamente interrotta:
la madre riprende ad allattare il figlio, gli uomini continuano
la raccolta del riso, le donne tirano nuovamente su l'acqua
dai pozzi. Soltanto i bambini continuano a seguirmi e a
divertirsi.
Forse la gentilezza
birmana è un fattore, per loro, genetico, ma sicuramente
il credo buddista con cui si
confronta, da secoli, la maggior parte della popolazione,
aiuta in quella direzione. I numerosi templi, stupa, monasteri
– da quelli millenari di Bagan
a quelli più recenti coma la splendida pagoda
Swedagon di Yangoon – testimoniano un passato
e un presente religioso ormai radicato nella cultura di
questo paese. In ogni dove "macchie" di colore
arancio si muovono tra le strade cittadine come nei piccoli
villagi lacustri. Sono i monaci
che con la loro inseparabile ciotola di lacca nera, raccolgono
le offerte che ogni devoto
è onorato di elargire. Riso bollito, frutta, verdura,
qualche khiat – l'inflazionata moneta locale –
è quanto viene donato per l'esigenze quotidiane di
questa realtà sociale intimamente legata alle tradizioni
birmane.
© Edoardo Agresti
|
E così come i volti
- vuoi quelli tatuati delle donne Chin incontrate ai confini
con l'India o quelli riccamente e finemente adornati delle
donne Ahka raggiunte ai confini con il Laos – sono
stati l'oggetto principale dei miei scatti, adesso sono
i monaci con il loro colore
ad essere i protagonisti della mia attenzione.
Il sole al mattino cangia sull'ocra
il vestito dei più anziani,
mentre ne esalta la brillantezza dei pallidi
aranci dei bambini novizi.
E' un privilegio e alcune volte
anche un impegno per una famiglia
birmana, mandare il proprio figlio o la propria figlia in
un monastero. Avere figli,
infatti, garantisce un aiuto fondamentale nel lavoro sia
quello delle risaie sia quello
della pesca. Queste due attività
costituiscono la base dell'economia
popolare del Paese.
© Edoardo Agresti
|
Pur essendo ricchissimo di pietre
preziose – il rubino birmano "sangue di
piccione" è un must nelle gioiellerie occidentali
– e di legname –
la Birmania è uno dei più importanti esportatori
di teak al mondo – l'enorme giro di soldi derivante
dallo sfruttamento di queste risorse riguarda una classe
molto ristretta di potenti e tutti, naturalmente, legati
al governo. Il popolo quindi si dedica a quei lavori che
le generazioni si sono tramandate di padre in figlio, attività
- come l'agricoltura e la pesca
- che sono rimaste immutate nei mezzi e nelle modalità
di esecuzione. L'aratro è di legno e trainato da
buoi, mentre le reti sono trascinate da vecchie piroghe
"spinte" da pescatori con il remo "a piede"
– famosi quelli sul lago Inle - , il "raccolto"
viene poi venduto nei mercati dalle donne.
Insomma la Birmania è un tuffo
nel passato, un viaggio in un tempo sconosciuto,
un incontro con una realtà distante secoli dal mio
presente, un paese in totale sintonia
con la natura, un mondo il quale, a pochi giorni
dal consumistico Natale occidentale, lascerà un segno
indelebile nella memoria di un nostalgico fotografo.