di Michele Dalla Palma
Se realmente esistesse, l’Arca dell’Alleanza, misteriosa e preziosissima cassa contenente il “codice” creato da Dio, capace, secondo antiche leggende, di dare l’immortalità e il dominio sul mondo degli uomini e al tempo stesso di incenerire qualsiasi essere umano che osi profanarla e guardarla, sarebbe sicuramente nascosta tra queste montagne inaccessibili, nel cuore di pietra dell’Africa.

TRA LE GUGLIE INAVVICINABILI DEL TIGRAI
In questo scenario che emerge sul confine settentrionale dell’altipiano etiopico il tempo rallenta, fin quasi a fermarsi.
Bisogna possedere pazienza, per aspettare che arrivino le prime ore del giorno, unico momento della giornata in cui il sole, ancora giovane, non riesce ad aggredire carne e pensieri.
Ma anche forza e determinazione, per arrampicarsi seguendo invisibili tracce tra spaccature di roccia, e poi su, risalendo verticali muri di pietra accessibili solo a chi conosce e pratica l’arte della scalata, affidandosi a minimi appigli, fessure, rughe di pietra.

Tra le rocce antiche del Gheralta, arroccate nel cuore di pietra di pinnacoli, contrafforti rocciosi e falesie di arenaria rossa alte fino a quattrocento metri, si nascondono alcune delle opere architettoniche più affascinanti nella storia della religiosità umana: le chiese rupestri copte, che risalgono agli albori della storia cristiana.
Letteralmente scavate nella roccia compatta, le chiese rupestri del Tigrai sono ambienti affascinanti, a volte anche articolati in più sale, con colonnati e altari di pietra.
Sicuramente, a parte qualcuna, molto difficili da raggiungere, perché è necessario arrampicarsi per centinaia di metri di dislivello superando anche pareti molto esposte; nonostante questo, la fede del popolo etiope spinge i credenti ad affrontare queste pericolose scalate per assistere alle funzioni religiose tenute dai monaci eremiti, custodi dei luoghi di culto, che vivono, mantenuti dalle offerte della popolazione, tra queste montagne.

Le “Messe” durano parecchie ore, e i fedeli, nonostante la fatica della salita, vi assistono sempre in piedi, appoggiati soltanto a lunghi, caratteristici bastoni che sulla sommità si biforcano a T, permettendo di appoggiare il mento, unico sollievo alla stanchezza provocata dalla salita e dalla lunghezza del rito. In tutto, il tempo per la visita ad una chiesa rupestre e per assistere alla funzione religiosa può rendere necessari vari giorni di viaggio, rigorosamente a piedi. Anche perché nessun mezzo meccanico può inoltarsi tra queste anguste valli e gole.
I SEGRETI DELL’ARCA E LA MAGIA DI LALIBELA
Il regno di Axum, corrispondente più o meno all’attuale Etiopia, fu uno dei più grandi imperi dell’Africa antica, ed è stata la prima nazione umana ad abbracciare il Cristianesimo, ben prima della conversione dell’Imperatore Costantino a Roma.
E secondo un'antica tradizione, contenuta nel testo sacro etiope Kebra Nagast (il Libro della Gloria dei Re), l'Arca data da Dio a Mosè sarebbe stata donata da Re Salomone a Menelik I, il figlio avuto dalla regina di Saba, leggendaria fondatrice della nazione etiope, anche se secondo un'altra versione, il sovrano avrebbe donato a Menelik una copia dell'Arca, ma questi la scambiò di nascosto con l'originale.
I preti copti sono certi dell’esistenza dell’Arca dell’Alleanza tra le montagne del Tigrai, e molti indizi portano a Lalibela, straordinario capolavoro realizzato dal visionario sovrano etiope di cui il luogo porta il nome.

Difficile, osservando questa cittadella sacra realizzata nella pietra, fino a pochi anni fa inaccessibile, persa tra i monti dell’altipiano etiopico a cinquecento chilometri da Addis Abeba e altrettanti da Makallè, non cedere ai miracoli se si vuole dar credito alla leggenda che vuole questo luogo costruito in soli 24 anni, nel XII secolo. Qui i cristiani d’Africa, che non avevano alcun legame col mondo mediterraneo, decisero di ricostruire Gerusalemme, ormai caduta in mano musulmana, scavando colline, svuotando la roccia delle montagne, aprendo tunnel, gallerie, e innalzando, nel ventre della terra, undici cattedrali di pietra unite da un labirinto sotterraneo di passaggi e canyon artificiali.
TIMKAT, QUANDO IL SACRO INCONTRA IL PROFANO
Questo luogo arroccato tra le pieghe dell’altipiano etiope, vive, nei primi venti giorni di gennaio di ogni anno, un momento di folla e follia assoluta in occasione della Natività e del Timkat, la più importante celebrazione della chiesa copta.
In occasione dell’uscita dei “Tabot” – copie dell’Arca dell’Alleanza presenti in ogni chiesa copta – dalle cripte delle chiese per partecipare alla grande processione dell’Epifania, a Lalibela, il luogo più sacro di tutta la cristianità etiope, arrivano teorie infinite di pellegrini da ogni parte del paese. A piedi, vestiti di stracci, vengono a portare poveri doni in cambio di una spruzzata di acqua benedetta.
 
Per giorni, prima dell’evento che si celebra il 19 gennaio, preti e diaconi cantano e danzano al ritmo di pesanti tamburi e del tintinnio dei sistri, sonagli dorati agitati a ogni passo di danza. È una nenia confusa tra musica monotona e preghiera, una trance sacra che si fermerà solo all’alba del Timkat.
Le tuniche bianche dei fedeli fanno da sfondo ai colori sgargianti dei teli che coprono le sacre tavole della Legge, in un’apoteosi parossistica di tensione sacra che esplode, col primo raggio di sole, nel gesto del vescovo che lancia sulla folla la prima acqua, presa da una grande vasca benedetta.

In un delirio di urla e preghiere, migliaia di fedeli si avventano sull’acqua, lanciandola lontano con le mani, coi secchi, con qualsiasi improvvisato contenitore. Sono venuti fin qui soltanto per farsi sfiorare, bagnare da quel liquido sacro. Un caos indescrivibile che durerà tutta la giornata.
Ma già alla sera, della follia non resterà traccia, e le pietre di Lalibela tornano, silenziose, a raccontare nella luce calda del tramonto una storia in bilico tra realtà e magia sacra.

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