
Cosa non si fa per un bel backstage… |
Sì di solito le quote si scrivono
in metri seguite da: slm, che sta a significare "sul
livello del mare", ma qui,a che se la quota è
apparentemente da pianura, è quella E
che ci deve far riflettere: E infatti non sta per
"mare" ma per Everest;
quindi 150 s.l.E significa
nel caso nostro che qualcuno ha sorvolato
la cima dell'Everest superandola sulla verticale di
150 metri ed entrando così immediatamente
nella leggenda come l'uomo che, in volo libero, ha
"quasi" raggiunto i 10.000 metri
di quota.
Quando, alcune settimane fa, avevamo dato notizia
di questa sfida su questo sito, non dubitavamo certo
del buon esito dell'impresa ma, adesso che la missione
si è felicemente conclusa
– ed è stata felicemente documentata
– non siamo più nel campo delle ipotesi
ma delle certezze.
Non ci addentreremo più di tanto nel diario
della missione il cui esito nella realtà è
stato più volte minacciato da eventi
esterni imponderabili come la situazione meteorologica.
Riassumiamo qui in poche righe il doppio scopo della
missione OverEverest: la trasvolata
della cima dell'Everest appesi a una sottile quanto
fantascientifica ala a sua volta appesa alle correnti
ascensionali e la reintroduzione
di una coppia di aquile Nepalensis nella vallata del
Khumbu, dove da tempo sono estinte.

Sopra a D’Arrigo è visibile una
delle due Coolpix usate durante il volo |
Il deltaplano libero con cui Angelo D'Arrigo
(la terza aquila, meglio, la prima) ha sfidato l'impossibile
è frutto di una sinergia fra diverse aziende
e centri di collaudo. Lui stesso è stato collaudato
sia in camera iperbarica – grazie all'Aeronautica
Militare Italiana) che attraverso la galleria del
vento della Fiat.
Ma quello che a noi stava più a cuore, tecnicamente
parlando, era la risposta delle due
fotocamere Coolpix 5400 che, imbragate sul
deltaplano insieme ad Angelo D'Arrigo avevano il compito
di immortalare visivamente ed oggettivamente la missione,
lavorando a 50 gradi sottozero
e a velocità superiori
ai 130 chilometri orari.

Si scaricano e si masterizzano gli scatti della
giornata |
La sfida di Angelo (fotograficamente parlando) è
stata raccolta da Spin360: l'agenzia
che ha progettato e realizzato lo speciale sistema
fotografico.
Livio Bourbon, fotografo ufficiale
della spedizione, Andrea Brambilla
che ha coordinato il tutto da Milano e Enrico
Paronuzzi Ticco, che si è occupato
della parte hardware della parte fotografica dell'impresa,
ci ha raccontato dei supplizi a cui sono state sottoposto
le Coolpix 5400.
Le due Coolpix –
che all'inizio erano tre ma per problemi di peso sono
poi state ridotte a due – semplicemente avvolte
in un particolare tessuto ma non
a tenuta stagna, hanno quindi sfidato escursioni
termiche e pericoli di condensa da far rabbrividire
una Nikonos, senza però mai sbagliare un colpo.
Le due Coolpix erano così settate: la prima
montava il paraluce HN-CP10
sul cui attacco filettato era montato un
filtro UV, la seconda invece montava un converter
grandangolare WC-E80 con adattatore UR. La
nota piacevole/dolente del converter grandangolare
verificata dai tecnici di Spin 360° che si sono
occupati della preparazione delle macchine e degli
scatti fotografici da terra è che la Coolpix
5400 è talmente leggera che il WC-E80 ne raddoppiava
letteralmente il peso e in un genere di volo così
estremo si limano anche i grammi per rendere l'ascensione
e il volo più agevole. Entrambe le macchine
erano alimentate da un pacco
batterie esterno protetto naturalmente dalle
bassissime temperature che sono state raggiunte. Le
macchine erano settate su priorità
di diaframmi con diaframma impostata su f/7.1,
e un bracketing di 3 scatti
di +/- 0.7 stop con una sottoesposizione
intenzionale di –0.3 stop. La messa a
fuoco era regolata su AF
con selezione spot sull'area centrale mentre gli ISO
erano fissi a 50.
Le Coolpix hanno lavorato su CF
Sandisk Ultra II da 1 Gigabyte: in aria sono
state scattate 120 foto
che, unitamente al bracketing hanno portato il bottino
aereo a 360 scatti.
Usando una Coolpix 5400 come
carrello d'atterraggio

Digiuni di costumi e di religioni orientali,
ci possiamo chiedere se qualcuno non sta recitando
un rosario di preghiere per la
Coolpix in secondo piano… |
E' stato sicuramente l'evento
più a rischio per la macchina e forse
uno dei test più severi quanto involontari
a cui sia mai stata sottoposta una Coolpix: durante
uno degli innumerevoli voli di prova D'Arrigo ha subito
quello che in gergo viene definito "atterraggio
tecnico" e nella realtà una "quasi caduta"
dal cielo: il deltaplano ha infatti atterrato a 80
chilometri allora imbardandosi immediatamente fino
a che la parte terminale dell'ala, dove era posizionata
una delle due Coolpix, non ha sbattuto su terreno
e detriti rocciosi: una soffiata e la macchina ha
continuato a funzionare come su nulla fosse accaduto!!!
A terra la missione è stata seguita attraverso
i mirini di una D100,
una D1X e una D2H
con cui sono state scattate complessivamente 8.000
jpg in compressione fine masterizzati in modo
incrementale su DVD in doppia copia ogni giorno con
controllo in lettura e in scrittura.
Una sana F5 ha scattato
80 rulli di Velvia 50,
quindi circa altre 3.000 immagini
con il doppio obiettivo di ottenere immagini di risoluzione
elevatissima per particolari futuri impieghi editoriali
e con l'obiettivo di aggiungere certezze a certezze:
anche se le immagini venivano giudiziosamente masterizzate
su DVD ogni sera, la sicurezza della pellicola non
è ancora tramontata, anzi.
Lasciando per un momento da
parte la tecnica
Riferire per esteso la chiaccherata avvenuta con Angelo
D'Arrigo richiederebbe troppo spazio. Per
sommi capi, e per importanza sparsa, Angelo ci riferisce
intanto sul ruolo fondamentale
avuto dalle macchine fotografiche come testimoni
inequivocabili dell'evento: se una volta a
certificare una scoperta o un record era sempre qualche
compagno che si accompagnava allo scopritore o allo
sfidante, questo di D'Arrigo è stato un tipico
caso dove non c'era alcun tipo di possibilità
per "testimone" di assistere in diretta all'evento:
probabilmente la vera testimonianza dello sbarco sulla
Luna sono state più le foto scattate dagli
astronauti sul suolo lunare che i pur preziosi minerali
che hanno riportato sulla Terra.
Questa volta quindi la responsabilità di immortalare
e certificare più che il semplice record l'evento
assoluto e senza alcun tipo di precedente è
stato affidato a Nikon
e le sue fotocamere hanno sfidato con D'Arrigo il
gelo, la condensa, gli sbalzi termici, la velocità
e "l'atterraggio tecnico" senza alcun problema. Anche
se un barografo sigillato ha confermato al di sopra
di qualsiasi dubbio l'altitudine raggiunta, resta
sempre una bella differenza a vantaggio delle immagini
se le confrontiamo con la il grafico dell'altitudine
che è stato poi estrapolato da questa sorta
di "scatola nera".
Si dice vedere per credere, giusto? E poi, al di là
della prova, questo è stato l'unico modo
per rendere in qualche modo partecipi noi poveri bipedi
di questa sfida unica con da una parte un essere umano,
dall'altra i restanti sei miliardi con il naso
all'insù.

Non deludermi, Coolpixina mia bella… |
Il coraggio, la sfida, lo spirito
Anche se il focus di questo sito è la diffusione
della fotografia, non possiamo non concludere questo
Nikon Life con qualche parola che va oltre alla tecnologia
impiegata.
Angelo D'Arrigo ci ha rivelato che la sensazione
visiva più forte che ha provato è
stata nel momento in cui con
lo sguardo copriva tutta la catena dell'Himalaya,
l'altipiano tibetano e il versante nepalese.
La sensazione al contrario più negativa
è stata la continua consapevolezza che, a differenza
per esempio degli scalatori dell'Everest che in qualunque
momento possono abortire la missione e ritornare indietro
in attesa di una situazione più favorevole,
lui non solo non poteva interrompere
la missione – era in volo libero a quasi
diecimila metri d'altezza!!! – ma doveva anche
preoccuparsi di monitorizzare
il punto d'atterraggio: quello prescelto infatti
era già occluso da un fronte nuvoloso; la seconda
alternativa non era praticabile per potenziali problemi
diplomatici con le autorità cinesi, fino al
rischio della reclusione. La fortuna ha voluto che
proprio nella zona sorge la piramide – italianissima!
– del CNR: nonostante l'atterraggio sia stato
estremamente tecnico (traduzione: toccare terra e
soprattutto roccia a 100 km/h con una grossa bombola
di ossigeno sulla schiena) la missione si è
felicemente conclusa.
Un altro momento "critico" è stato quando l'ultraleggero
che trainava D'Arrigo, quando la quota dei 9.000 metri
era già quasi stata raggiunta, è stato
trascinato verso il basso da un violentissimo turbine
d'aria che ha fatto immediatamente spezzare il cavo
di traino, sparando letteralmente D'Arrigo verso l'alto…

La Coolpix centrale; in basso è
ben visibile
il pulsante rosso
e gli switch per l’attivazione
dei
vari apparati di ripresa |
D'Arrigo ci riferisce di un pensare
ultraterreno, della piccolezza dell'essere
umano immerso in un simile contesto sino a chi/cosa
abbia "creato" tutto questo.
Avendo realmente sfidato l'impossibile gli abbiamo
esplicitamente chiesto se avesse anche contemplato
il peggiore degli insuccessi. La risposta è
stata scientifica: l'aspetto sicurezza estrema era
già stato più volte sperimentato sia
in termini umani che di strumenti attraverso il Centro
Ricerche di Fiat e il Centro
Sperimentale dell'aeronautica Militare Italiana;
per ogni potenziale problema fosse potuto sorgere
c'erano sempre almeno due soluzioni tra le quali scegliere
(di potenziali campi di atterraggio – una delle
cose più delicate dell'intera missione –
ne erano stati mappati ben dieci). D'Arrigo conclude
dicendo che qualcuno potrebbe anche averlo preso per
un pazzo, vista la difficoltà
quasi insormontabile dell'impresa, ma non certo assurdo:
tutto era stato minuziosamente calcolato a tavolino.
Over Everest cade a qualche mese
dai festeggiamenti per i cento anni dell'aviazione
e per i cinquecento anni dal periodo in cui era attivo
il grande Leonardo da Vinci.
Ed è proprio a Leonardo da Vinci che si è
ispirato D'Arrigo: Leonardo infatti aveva progettato
un velivolo che battezzò poi piuma per la forma
molto simile alla piuma di un uccello e il cui progetto
è stato rinvenuto da poco. D'Arrigo ha seguito
scrupolosamente il progetto della piuma di Leonardo,
l'ha costruito e ha volato per due ore consecutive
nella galleria del vento. D'Arrigo ha così
dimostrato che il progetto non aveva nulla di fantascientifico,
ma il solo problema di essere stato realizzato in
un momento nella storia dell'umanità dove non
esistevano i materiali – come le fibre composite
e ultraleggere – atti alla sua fabbricazione
(maggiori informazioni sul sito www.angelodarrigo.com).

A missione finita si scaricano anche le immagini
scattate dalle due Coolpix, visibili sul piano
di lavoro |
Con Over Everest D'Arrigo non ha
certo finito di stupirci. Lo attendono e ci attendono
nuove sfide: la prossima, della durata di tre mesi
consecutivi – senza alcuna sosta – lo
vedrà impegnato a giocare ininterrottamente
con i suoi tre bambini,
a cui ha dovuto rinunciare per molto tempo sia recentemente
che nei due anni che sono culminati con il successo
di Over Everest.
Gli abbiamo chiesto delle due
aquile nepalensi: appena giunte in Nepal sono
state ricoverate in un centro veterinario a causa
di una malattia avicola.
Delle due, Gea, la femmina
– che anche nel mondo degli animali è
sempre superiore all'uomo… - si è subito
ripresa, ha volato con D'Arrigo per familiarizzarsi
col territorio e alla fine ha
spiccato il suo primo volo in assoluta libertà.
Abbiamo anche chiesto a D'Arrigo perché non
si è fatto accompagnare da Gea durante la trasvolata
sull'Everest. – Semplice, ci ha risposto D'Arrigo,
avrebbe sicuramente vinto lei, era l'unico avversario
che avrebbe potuto battermi… -.
Angelo D'Arrigo entrerà
così a far parte della
storia, probabilmente con un significato più
vicino all'estremo, allo sportivo e al primato.
Ma, crediamo noi, se Amstrong è stato il primo
uomo a toccare il suolo lunare, Angelo D'Arrigo è
stato il primo a volare sopra l'Everest. E se dopo
Amstrong molti astronauti si sono cimentati con esito
felice nella stessa impresa, dubitiamo che un altro
uomo oserà invece sfidare la trasvolata dell'Everest.
Icaro ha sfidato gli dei, Arrigo semplicemente sé
stesso, ma il sapore di leggenda
è uguale per entrambi. E nella leggenda, a
differenza di Icaro, questa volta c'era una Nikon
a documentare il tutto, entrando, in estrema modestia
ma anche lei a pieno titolo
nella leggenda.