© Carla De Zan
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Lara,
grandi occhi scuri e le efelidi sul naso, è
torinese, ma le sue radici affondano nella campagna
della provincia. Al suo sguardo curioso il personaggio
di maggior spicco della famiglia, di cui Lara subisce
indubbiamente l'influenza, è il nonno
paterno: alto, asciutto, grossi baffoni e sguardo
vivace, piccolo proprietario terriero e grande appassionato
naturalista. Lara trascorreva molto tempo nel podere
del nonno e da lui e con lui scopriva quanto fosse
coinvolgente il rapporto con
la natura.
Ma alcune ore trascorrevano lente
e vuote, Lara le colmava leggendo
e fantasticando.
Nel prato vicino alla casa sorgeva un grande melo,
i cui rami sfioravano il terreno ed era qui, all'ombra
dell'albero amico, che spesso Lara si rifugiava e
si cullava in fantastici
sogni. Era una radura
confortevole, ventilata e panoramica: la collina degradava
dolcemente verso il fondovalle con la vecchia strada
percorsa da carri e cavalli, biciclette e rare automobili,
ad orari fissi anche un vecchio autobus che faceva
servizio pubblico. In estate i campi di grano offrivano
il meglio di quella splendida tavolozza naturale,
le spighe dorate come armi protese verso l'alto ed
i papaveri che guerreggiavano con i fiordalisi, smaglianti
nei loro colori intensi alla piena luce del sole.
© Carla De Zan
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Ed era qui che il nonno la raggiungeva
e si concedeva qualche pausa.
Un giorno le portò una serie di vecchie pagine
di giornale: anni prima "La Stampa" aveva
pubblicato a puntate la corrispondenza che Guido Gozzano
spediva dall'India, dove
stava tentando di trarre giovamento dal clima per
la sua malferma salute, descrivendo dettagliatamente
questo subcontinente.
Fu così che Lara conobbe l'esistenza
di terre lontane, tradizioni
antiche e città
da favola, dei Maharaja
e delle loro fiabesche corti:
sontuosi palazzi in cui vivevano con mogli, favorite
e concubine a migliaia, casse colme di gioielli e
pietre preziose, abiti e tappeti da preghiera tessuti
con fili d'oro e perle bianche, rosa e nere. Seppe
che il Trono del Pavone,
simbolo della potenza Moghul,
pesava 1200 kg d'oro ed aveva incastonati 296 rubini
e smeraldi: tutto era sbalorditivo! Lesse che lo scrittore
R. Kipling diceva che
Dio aveva creato i Maharaja perché il mondo
potesse godere dello spettacolo dei loro gioielli
e dei loro palazzi.
Ovviamente oggi, quest'aspetto dell'India
è scomparso. Dal
1° gennaio 1971 il Parlamento Indiano ha ridotto
i principi al ruolo di comuni mortali, annullandone
qualsiasi privilegio e tassandone le proprietà.
Ma le testimonianze di questo passato sono numerose,
autentiche meraviglie architettoniche,
reperti serbati nei musei,
palazzi trasformati in
alberghi vengono ogni
anno visitati da milioni di turisti. Fra i più
apprezzati a Jaipur, la Città
Rosa nel Rajasthan, c'è il Palazzo
dei Venti, una delle più originali
architetture indiane. Nell'Uttar Pradesh
sorgono il complesso del Red Fort,
dichiarato dall'Unesco Patrimonio Universale dell'Umanità
ed il Taj-Mahal.
© Carla De Zan
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La costruzione del Red Fort
risale al 1565, fu voluta da
Akbar, III Imperatore Moghul e poi ampliato dal nipote Shan
Jahan, ed è un autentico gioiello di marmo
e pietre dure, provenienti
da ogni parte del mondo, a motivi floreali come soggetto
costante: per i moghul i fiori sono simbolo del regno
divino.
Il Taj-Mahal è il monumento
funebre più ammirato e visitato al mondo,
voluto da Shan Jahan e dedicato alla moglie Muntaz Mahal,
l'eletta del Palazzo, deceduta a 38 anni al suo 14°
parto, sebbene offeso dagli uomini e dagli eventi, conserva
tutt'ora un fascino unico.
Splendido nell'elegante marmo pregiato
(che fu bianco, oggi causa l'inquinamento atmosferico sta
ingiallendo) ricco di raffinati intarsi,
per realizzarlo sono occorsi 22 anni
e più di 20.000 operai
sotto il controllo dei più famosi architetti d'Oriente
ed alcuni d'Occidente. I guerrieri hindù, nemici
dei moghul, e gli inglesi hanno sottratto le porte d'argento,
derubato il tesoro, sostituito con l'ottone l'oro che ricopriva
il pinnacolo della cupola e lo Yamuna, il fiume fatto deviare
da Shah Jahan, perché nelle sue acque si specchiasse
il mausoleo e ne riflettesse lo splendore, ha ormai una
portata minima, causa le dighe…
Lo Yamuna, il Gange, i
grandi fiumi sacri, rappresentavano per
gli hindù, e per Lara, il Grande
Sogno ed un pensiero mai accantonato.
Le foto sono la rappresentazione che i
sogni si avverano.
© Carla De Zan
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