...Emirates/Checked Baggage... da ore
il mio sguardo è incollato sulla fascia fluorescente
del bidone che cammina un metro davanti al naso. Panciuto
scrigno di plastica blu, unico mezzo per "salvare"
il proprio bagaglio sui sentieri
dell'Himalaya, il mio drum viaggia sulla schiena
di Ashraf, che dalle tre di questa mattina macina
chilometri sulla morena centrale del Baltoro
Glacier. Rimanergli attaccato, subendo il ritmo
forsennato del portatore baltì, è l'unico
modo per non perdermi in questo deserto senza fine
di pietre e acqua fossile. Nel calore soffocante del
primo pomeriggio ci accompagnano i boati
sordi del ghiacciaio che scivola verso valle;
rocce enormi, in bilico su irreali architetture di
cristallo effimero, a tratti precipitano modificando
i profili della morena e i miei pensieri, che ritornano
alla realtà dal limbo dove li ho costretti
nel tentativo, inutile, di esorcizzare la fatica.

© Michele Dalla Palma |
Ogni tanto, un istante prima che il
respiro si inceppi nella gola inaridita dalla polvere
e dalla quota, Ashraf si ferma. Si appoggia di schiena
ad una pietra, alleviando il peso del basto dalle
spalle.
"Rest". Parola
magica. Sibilo tagliente come gli sguardi del
mio compagno, che escono a fatica dalle fessure degli
occhi. Significa che ho una manciata di secondi per
riprendere fiato. Poi
di nuovo una processione di passi tra pietre instabili
e rivoli d'acqua, persi nell'immensità di questo
fiume di ghiaccio lungo
ottanta chilometri, nel
cuore più selvaggio e magnifico del Karakorum.
Sulla cresta dell'ennesima onda di
ghiaia intuisco lo spallone erboso sul fianco sinistro
della morena, che annuncia il campo di Urdukas;
rallento impercettibilmente il passo e l'attimo successivo
Ashraf è già sparito tra le dune di
ciottoli colorati, inghiottito col suo ritmo indiavolato
da una nuvola di polvere finissima e opprimente. Ma
ormai non mi perdo più!
Quante rughe isteriche di sabbia e ghiaccio dovrò
invece superare ancora prima di dare respiro e tregua
ai miei piedi, davanti
a una tazza di thè bollente? La mia mente,
offuscata da fantasmi di calore e stanchezza, si fa
carico di nascondermi la verità.
"Non importa dove o dopo quanto
arriva. L'ultimo chilometro
è sempre un combattimento mortale!" aveva
sentenziato Guy Sibilla, il mio compagno nell'avvicinamento
al K2, in una qualsiasi delle tappe massacranti per
raggiungere, una settimana fa, la montagna del sogno.
Adesso il gigante è dietro le spalle, ormai
lontano, oltre il mare in tempesta del Baltoro Glacier.
Lontano, come i sogni quando diventano realtà.

© Michele Dalla Palma |
Tra realtà e immaginazione
Il sogno di accarezzare, con lo sguardo e i pensieri,
la montagna perfetta
si perde lontano nei ricordi. L'ho sempre immaginata
come la cima "assoluta", ambizione concessa
solo ai più grandi e temerari tra gli alpinisti.
Di poco più bassa dell'Everest, la seconda
cima del pianeta è infatti infinitamente più
impegnativa e pericolosa;
un'immensa piramide senza alcuna debolezza, il monolito
più grande e maestoso
della Terra.
Anni indietro, quando le mie fantasie di alpinista
immaginavano linee verticali per raggiungere le vette
delle montagne, ho perfino sognato di affrontarlo,
questo titano di roccia e ghiaccio; e anche quando,
condizionati dal tempo che inesorabile abbatte le
illusioni, i miei passi hanno seguito percorsi sempre
meno impegnativi, il sogno di arrivare ad ammirare
da vicino il K2 è
rimasto. Intatto. Diventato finalmente realtà
in questa estate 2004 che celebra i cinquant'anni
della più grande, ma anche più controversa,
impresa alpinistica nazionale.

© Michele Dalla Palma |
Al K2 con Guy
A Islamabad incontro Guy Sibilla,
pure lui fotoreporter
a caccia di emozioni tra le montagne dell'Himalaya.
Di cittadinanza americana, è uno stupefacente
cocktail multietnico: padre italiano, mamma giapponese,
si sono incontrati alle Hawai... Guy vive ad Honolulu,
e l'allegro carattere isolano, collante delle sue
molteplici anime, traspare nella sua simpatia
e cordialità.
È deciso a trascorrere almeno due
mesi al campo base del
K2 per fotografare e raccontare la "vita"
delle spedizioni accampate a 5000 metri con il sogno
di raggiungere la cima del secondo gigante himalayano.
Non ci mettiamo molto a decidere di condividere almeno
l'andata di questo fantastico viaggio e del trekking
che, lungo l'immenso fiume di ghiaccio del Baltoro
Glacier, ci porterà nel cuore del Karakorum.
Guy ha un motivo in più, oltre all'entusiasmo
per le grandi vette, per raggiungere il campo base
del K2: nello zaino arancione, da cui non si separa
mai, oltre al corredo fotografico - compreso un monumentale
cavalletto - porta una pesante urna
di bronzo avvolta in una bandiera
votiva tibetana.
Sono le ceneri di suo padre,
che disperderà tra i ghiacci eterni di uno
dei luoghi più belli e selvaggi del mondo...
ma questo lo scoprirò solo più tardi,
quando la nostra conoscenza, nelle lunghe sere di
bivacco sul ghiacciaio del Baltoro, sarà diventata
confidenza.

© Michele Dalla Palma |
Avventura sull'Indus River
Il terzo fiume del continente
asiatico si è scelto una via non certo facile
per raggiungere paludi e acquitrini che nel meridione
del Pakistan si confondono con l'Oceano Indiano; dalle
mille sorgenti che scaturiscono sull'altipiano del
Tibet, percorre il primo terzo della sua vita tumultuosa
aprendosi la strada tra le montagne più alte
e impervie del pianeta. Dai confini non segnati e
contesi da sempre con l'India, le gole dell'Indo fino
alla periferia di Islamabad rappresentano una delle
più suggestive
e impressionanti manifestazioni
di forza della natura.
Quasi mille chilometri di roccia scolpiti da sciabolate
d'acqua che hanno inciso in verticale la pietra. Per
lunghi tratti parrebbe impossibile trovare punti deboli
per forzare un passaggio, eppure questo imponente
e selvaggio palcoscenico è una via di comunicazione
privilegiata tra nord e sud dell'Asia da quando, duemila
anni fa, l'imperatore Asoka, forse la più importante
figura storica del Bhuddismo,
fece di Taxila (pochi
chilometri a ovest di Islamabad) il centro universale
di quella religione.
Silk Route... tra leggenda e
realtà
Via della Seta... illusione
esotica fatta di fantastici scenari, colori, profumi
e atmosfere che ognuno ha reinventato nella propria
memoria. Abbiamo letto tutti, da bambini, le avventure
di Marco Polo, straordinario viaggiatore partito dalle
calli di Venezia, sei secoli fa, per raggiungere la
corte misteriosa degli imperatori della Cina. Le abbiamo
ingigantite, trasfigurate con l'immaginazione, trasformandole
in leggenda. Ma la Via della Seta esiste.
Straordinaria, infinita arteria che supera elementi
naturali apparentemente insuperabili. Montagne immense
e fiumi furiosi.
La Via della Seta da duemila anni è il cordone
ombelicale che unisce, a occidente, nord e sud del
continente asiatico. Raro esempio di come, a volte,
la fantasia e la realtà possono compenetrarsi
e confondersi, sfumando i contorni di ciò che
è vero con le invenzioni della fantasia.

© Michele Dalla Palma |
Tracce antiche
Superata la cittadina di Besham,
duecento chilometri a nord di Islamabad, guardando
da un punto qualsiasi la valle dell'Indo e poi dell'Hunza
river - che dai 4934 metri del Khunjerab Pass, sui
contrafforti al confine con la Cina, si unisce al
grande fiume poco sotto Gilgit - sembra impossibile
che uomini, per quanti tenaci e coraggiosi, siano
riusciti a forzare un qualsiasi passaggio sulle pareti
compatte che affondano, dopo centinaia di metri di
verticalità, nelle acque tumultuose del fiume.
Eppure la Via della Seta, metro su metro, si è
conquistata lo spazio nella roccia liscia del Karakorum,
frutto di volontà inarrestabili.
Risalgono a epoche lontane i segni dell'uomo tra queste
montagne, e si possono ancora leggere, pur logorati
dal tempo, su pietre che qualche misteriosa credenza
ha trasformato in luoghi magici. Gli stambecchi
miracolosi di Karimabad, disegnati da sconosciuti
pellegrini per conto di famiglie lontane che, con
quei disegni, sognavano di assicurarsi una discendenza
maschile. I buddha di
Gilgit e di Chitral, testimonianze evidenti di forza
della fede.
Proprio la religione buddista ha contribuito a trasformare
l'idea "impossibile" di collegare le steppe
desertiche a nord della catena himalayana con le pianure
indiane del Punjab. Due secoli prima di Cristo, l'imperatore
Asoka riformò l'antica religione contaminandola
con le nuove filosofie provenienti dalle culture occidentali
greca e persiana (non dimentichiamo che proprio le
scogliere a picco dell'Indo nei pressi di Besham avevano
fermato le armate di Alessandro Magno, costringendole
a una lunga deviazione verso sud).
Dal nuovo centro di culto di Taxila,
nei pressi dell'attuale Islamabad, missionari partirono
per evangelizzare l'Oriente e, al tempo stesso, infinite
teorie di pellegrini si misero in cammino dai luoghi
più remoti di tutto il continente asiatico
per raggiungere la nuova capitale del buddismo. A
dispetto delle apparenze, per le popolazioni a nord
delle grandi montagne himalayane l'orrido budello
che dal Khunjerab Pass
penetrava immense catene rocciose, altrimenti insuperabili,
rappresentò una via ideale verso Taxila. Pietra
dopo pietra, un vertiginoso sentiero incise le valli
dell'Hunza river e dell'Indo. Ad asceti e pellegrini
si accodarono ben presto mercanti e avventurieri...
era nata la Via della Seta!

© Michele Dalla Palma |
Dalla Via della Seta alla Karakorum
Highway
Ancora oggi il tracciato della Via della Seta è
mantenuto e utilizzato dalle popolazioni dei villaggi
che si affacciano, da angusti terrazzi sabbiosi e
anse dei fiumi, sulla valle che penetra verso nord
la catena himalayana.
Nel frattempo, mezzo secolo fa, dal caos seguito all'abbandono
anglosassone del subcontinente indiano nasceva il
Pakistan. Le regioni
del nordovest, a grande maggioranza islamica, ottennero
una difficile e travagliata indipendenza.
Ancora oggi India e Pakistan sono in regime di guerra
per la definizione dei confini nella provincia del
Kashmir, pretesa da entrambi
i governi, anche se, dopo aver rischiato nel 2002
addirittura un conflitto nucleare, le notizie di questi
ultimi mesi sembrano indirizzare le speranze verso
una prossima soluzione positiva concordata.
Nei primi anni sessanta la giovane politica pakistana
aveva ricevuto l'appoggio della Cina maoista, ostile
all'India, che vedeva nelle posizioni di Islamabad
un utile alleato. Naturalmente, per un dannato destino
che da sempre caratterizza la "ragione"
degli stati totalitari, politica
e armi rappresentano
un binomio indissolubile. Come gli antichi missionari
buddisti duemila anni prima, anche i gerarchi cinesi
si accorsero che il corridoio di collegamento più
semplice per trasferire armi pesanti da Pechino alla
neonata nazione pakistana passava dal Khunjerab Pass.
Il "dettaglio" di circa 800
chilometri di territori scoscesi e impervi
da superare sembrava non rappresentare alcun problema
per i visionari progettisti di Mao Tze Tung.
Nel 1961 i genieri dell'esercito cinese iniziarono
la costruzione di una delle più imponenti opere
mai realizzate dall'uomo: la Karakorum
Highway, una strada percorribile anche da grossi
camion che, inaugurata nel 1978, "tagliando"
letteralmente almeno 500 chilometri
di montagne collega Kashgar,
avamposto cinese ai bordi occidentali del deserto
di Taklamakan, alla città di Havelian,
ai piedi degli ultimi risalti himalayani una novantina
di chilometri a nord di Islamabad. Il tracciato è
stato realizzato quasi completamente "strappandolo"
al cuore di pietra dell'Himalaya con quantitativi
impossibili da quantificare di esplosivo per violare
la roccia. Molto meno esperti dei cinesi nell'uso
della dinamite, i pakistani lasciarono sul campo un
numero pesante di vittime:
per realizzare 130 chilometri di percorso, dei circa
10.000 operai locali ben 812 non tornarono a casa!
La differenza con i cinesi è impressionante:
questi ultimi costruirono i mille chilometri "impossibili"
nel cuore delle vallate montane, ma su 20.000 persone
impiegate contarono alla fine solo 82 vittime.
Anche se è percorsa giornalmente da migliaia
di camion e fuoristrada (le auto, da queste parti,
sono autentiche rarità) non si deve pensare
a una via di comunicazione come siamo abituati a frequentare
alle nostre latitudini: la Karakorum Highway, che
spesso non consente spazio sufficiente a due mezzi
costringendo i guidatori a spericolate manovre, è
un'infinita teoria di curve
senza parapetti sospese nel vuoto di scarpate
impressionanti. Dal basso, i ruggiti del fiume sembrano
uscire da fauci spalancate in attesa di prede. Le
montagne offese si vendicano vomitando quotidianamente
enormi quantità di pietre e ghiaia sulla sede
stradale, e il viaggio diventa un infinito zigzag
tra i massi che ingombrano l'asfalto sconnesso. Ogni
pioggia interrompe vari tratti di strada, che spesso
rimangono impraticabili per giorni. Nonostante i disagi,
però, un'avventura sulla Karakorum Highway
offre un imperdibile ed entusiasmante viaggio
nella storia e nella natura di una delle regioni
più selvagge e interessanti del pianeta, per
ammirarne i suoi aspetti più plateali e affascinanti.
Islam e atmosfere indiane
Islamabad e Rawalpindi,
l'antico e il futuro
del Pakistan; capitale avveniristica dai grandi boulevard
e architetture di cristallo e cemento la prima, caos
e profumi di un Oriente vivo e presente la seconda.
E, a dispetto di qualche apparente e forzata ufficialità,
sono questi ultimi gli aspetti che prevalgono nella
quotidianità di uno stato "difficile",
dibattuto tra la più rigorosa ortodossia
islamica del potere religioso e la voglia della
gente di vivere la propria "indianità",
fatta di tolleranza e curiosità. Nelle viuzze
del Raja Bazar, cuore
della città vecchia, tra la confusione di mille
mercanti, colori, fumi e odori speziati carichi di
suggestioni, ragazzi e ragazze, magari protette dalla
corazza inpenetrabile del velo, ti fermano per chiederti
conto della tua diversità: "Da dove vieni?
Dove vai? Cosa pensi della nostra realtà?..."
modi semplici e gentili, connaturati con l'anima orientale,
per cercare un contatto,
un'effimera condivisione
che dura lo spazio di un saluto. Questi incontri si
materializzano spesso anche durante le soste nei villaggi
lungo strada, necessarie per dare un attimo di tregua
alle reni e ai polmoni, oppressi dalla polvere che
come una pellicola appiccicosa annebbia ogni metro
della Karakorum Highway.
Un campionario di umanità,
impossibile da descrivere, affolla la strada su cui
si affacciano, accastati uno sull'altro, edifici sghimbesci
e approssimativi. La realtà è un unico,
confuso mercato di atmosfere
che rappresentano alla perfezione il sincretismo indiano,
capace di impastare tra loro, rendendole magmatiche
e omogenee, le più diverse contraddizioni per
trasformarle in un cocktail dove tutti gli elementi
sono presenti, nessuno riconoscibile fine a se stesso.
Ogni tanto, dopo l'ultima curva tra rocce scure monotone
e sempre uguali, si materializza la chiassosa vitalità
di un agglomerato umano, anticipato dalle sagome inconfondibili
degli straordinari monumenti a quattro ruote che caratterizzano
le strade pakistane. Opere d'arte semoventi, con i
loro portali di legno intarsiati, le tinte sgargianti
e i mille feticci pendenti, i camion se ne stanno
allineati lungo la strada polverosa con le loro gigantesche
polene protese nell'aria.
Una manciata di capanne, bancarelle colorate di frutta
e verdura, qualche vecchio adagiato all'ombra sul
suo charpay, il caratteristico letto intrecciato di
rete vegetale che si incontra in ogni angolo d'India.
E, elemento irrinunciabile di ogni luogo dove ci sia
vita, un uomo accovacciato su un ripiano. È
la bottega del chapati,
meta di ogni viandante. Quasi sempre quattro pali
conficcati per terra a coprire un rialzo in terra
battuta di due metri quadrati. Ma è il luogo
più affollato.
Poche rupie per un pane leggero
e fumante con una ciotola di
dhal, le lenticchie stufate con i mille aromi
della cucina indiana. Resta indimenticabile, a dispetto
di mosche e sporcizia a cui è obbligatorio
adeguarsi, il sapore del chapati.
Misto di aromi freschi e fumo che, con gesti rapidi
e veloci, il "fornaio" scotta nei caratteristici
fornetti circolari scavati nel terreno. Quante volte
lo rimpiangerò, quel sapore
di pane vero profumato di erba e vento, masticando
i gusti sintetici e omologati, inesorabilmente uguali
della nostra civiltà?

© Michele Dalla Palma |
Verso le grandi montagne
Anche se oggi, grazie alla ciclopica Karakorum Higway,
fino a Gilgit e Skardu si arriva senza troppe difficoltà
(per percorrere gli ottocento chilometri del percorso
servono "solo" un ventina di ore), un'avventura
autentica, magnifica e paurosa, si vive cercando di
raggiungere Askole, ultimo
avamposto umano insediato a 3000
metri di fronte alle ultime, imponenti morene
del Baltoro Glacier.
Un'effimera pista di 150 chilometri
viola pareti di roccia strapiombante, immensi depositi
sabbiosi accumulati dalla rabbia del fiume, dune di
ghiaia. Quasi quotidianamente frane, smottamenti,
crolli modificano il tracciato e spesso alcuni passaggi,
con le ruote dei vecchi fuoristrada militari americani
sospese nel vuoto di scarpate che precipitano verticali
per decine o centinaia di metri, sono realmente oltre
ogni limite razionale di sfida
alla fortuna. Non si può mai sapere
quale sarà la durata del viaggio: 7, 8 ore
nella più fortunata delle ipotesi, ma anche
giorni se ci si imbatte in una di quelle "pennellate"
che fanno sparire intere porzioni di montagna.
Baltì
Sono duri e forti
gli uomini che vivono aggrappati a queste montagne,
dove la vita va conquistata giorno per giorno, senza
garanzie nè sicurezze. Per infinite generazioni
questa popolazione di antica
stirpe e cultura tibetana è vissuta
isolata, nel suo regno di rocce e sabbia chiamato
Baltistan, nascosto e
protetto dalle grandi montagne. Da Skardu e Hushe
fino a pochi anni fa gli unici collegamenti, a piedi
o a dorso di mulo, erano con il regno di Hunza attraverso
l'Hispar Pass, e col vicino Ladakh (oggi territorio
conteso con l'India) lungo la valle dell'Indo.
Mi ero sempre chiesto come mai, nonostante la loro
vicinanza alle grandi montagne del Karakorum, gli
abitanti locali erano spesso stati sostituiti dagli
Hunza nel compito di affiancare le spedizioni che
da fine '800, e fino agli anni Settanta, hanno esplorato
queste montagne. La ragione è semplice: nessuna
strada, fino alla realizzazione del collegamento Skardu-Gilgit
realizzato una ventina d'anni fa, univa il Baltistan
con la valle dell'Indo percorsa dai convogli, e la
partenza dei gruppi di
alpinisti, anche se più lontana, avveniva dai
territori degli Hunza.
Oggi, invece, la quasi totalità dei portatori
lungo i sentieri del Baltoro è rappresentata
dai fieri Baltì. A differenza delle valli himalayane
nepalesi, dove la presenza delle donne è consistente
anche nella dura occupazione di portatore, l'appartenenza
di questo popolo alla religione musulmana di credo
sciita limita drasticamente
le attività femminili (basti pensare
che alle donne Baltì è perfino proibito
frequentare il mercato di Skardu). Questi uomini vivono
per lunghi periodi da soli, lontani dalle famiglie,
perchè i quattro mesi trascorsi sui ghiacci
del Baltoro a trasportare 25/30 chili al giorno per
trascinare verso il cielo le speranze e le ambizioni
degli alpinisti rappresentano un guadagno che consente
a interi gruppi familiari di vivere per tutto l'anno.

© Michele Dalla Palma |
Musica e Corano
A dispetto delle coercizioni religiose, traspare da
questi uomini induriti dalle fatiche quotidiane una
incontenibile voglia di stare
insieme e divertirsi. Non importa quanto pesante
e faticosa sia stata la giornata; appena scende la
sera, esaurite le occupazioni - preparare il campo,
cucinare infiniti chapati sui fuochi, ordinare i carichi
- basta una latta, una tanica da percuotere, due pezzi
di legno, un suranay - strumento a fiato realizzato
in un pezzo unico di albicocco - spuntato dal nulla
per scatenare la voglia di festa
dei Baltì. Quasi sommessa all'inizio,
scandita, a dispetto dei rudimentali strumenti impiegati,
da una percussione perfetta scritta nel DNA di questa
gente, la musica diventa presto catalizzatore
di canti e nenie che raccontano quasi sempre
storie d'amore. Nella penombra tremula delle ultime
fiamme che scaldano quantità inesauribili di
green the, dalla massa
indistinta di mani che nel buio scandiscono il tempo
si staccano i movimenti, sinuosi e lenti come serpenti,
di un ballerino. Nessun gesto improvviso, nervoso,
ma una sequenza di movenze al rallentatore accompagna,
all'infinito, i racconti del coro.
Solo il freddo pungente
della notte riesce ad aver ragione delle inesauribili
energie di questi uomini delle montagne, che spenti
i fuochi con rude intimità si stringono uno
all'altro, coperti da stracci
e povere cose, per cercare di scacciare la malinconia.
Non sono facili, le notti himalayane, e spesso il
morso del freddo è più aggressivo della
stanchezza. Passano le ore raccondandosi storie, i
portatori Baltì. Sottovoce. Sperando che le
fantasie, illusoria coperta per i pensieri, rendano
più sopportabile l'abbraccio del gelo, fin
quando il nuovo giorno viene a resuscitare ammassi
di corpi incartapecoriti.
Sui sentieri di pietra, ghiaccio
e nuvole
7 giugno.
Lasciamo Askole all'alba. Il mormorio dei portatori
che si lamentano per i carichi con qualche chilo di
troppo è stato rapidamente esorcizzato con
la promessa di una buona mancia.
Costeggiando il Braldo, che convoglia verso l'Indo
tutte le acque dei ghiacciai del Baltoro, sospesi
a mezza costa sugli enormi muri di sabbia costruiti
dal fiume, seguiamo per qualche chilometro le delicate
sfumature verdi delle ultime terrazze coltivate che
interrompono l'uniformità dell'orizzonte. Poi
solo il brontolio rabbioso dell'acqua accompagna i
miei passi verso la montagna che sogno fin da bambino.
Compare, dietro una curva della roccia, il campo
di Jhula. Compare dopo quasi dieci ore di pietra
e sabbia. Il percorso quasi piano letto sulla carta
è illusione, la realtà è fatta
di saliscendi che sembrano non avere mai fine. Il
crollo di un ponte ci costringe ad una lunga deviazione
sulla morena del Biafo Glacier, antipasto di quanto
ci aspetta nei prossimi giorni. Una cena di riso,
dhal e chapati è il menù che ci accompagnerà,
sempre uguale a se stesso, per tutta la durata di
questa fantastica avventura.
11 giugno.
Non un alito di vento interrompe la cappa rovente
che mi intrappola. Dalle pietre salgono vampate di
umidità mentre il sole, come un titanico fabbro,
martella sulla testa raggi infuocati. A dispetto del
dislivello sulla carta di circa 300 metri, l'altimetro
di Guy oggi registra 800 metri
in salita. Somma di mille onde verticali, da
arrampicare e poi scendere, in questo mare solido
e sconvolto, senza logica. Flussi di risacca che si
incrociano a casaccio in un andare e venire senza
senso. Finalmente Urdukas,
scenografico balcone aggrappato ai fianchi verticali
del Masherbrum, compare dopo giorni di morene infinite,
nella pancia dell'immenso serpente di ghiaccio che
striscia lento ma inesorabile tra i ciclopi del Karakorum.
Alle spalle i campi di Bardumal,
luogo desolato di sassi e vento, Paju,
miraggio verde di alberi centenari tra le ocre infuocate
del paesaggio himalayano, Kuburse,
spiaggia irreale di un effimero lago glaciale dove
si specchiano scenografie straordinarie. Giorni di
passi resi sempre più faticosi dalla quota,
che ha ormai superato i 4000.
Ma il flagello da cui non ci si salva, che intride
i vestiti, annebbia la vista, penetra naso e polmoni
rendendo il respiro un'impresa è la polvere.
Immane lavoro del ghiaccio che sfregando roccia su
roccia disgrega la materia rendendola vapore. Ad ogni
passo, ad ogni movimento una nuvola inarrestabile
e nefasta avvolge la realtà. Supplizio dantesco,
pena meritata per chi osa accarezzare, con lo sguardo
e la fantasia, la grande montagna.
Eppure basta appoggiare lo sguardo appena sopra il
limite della realtà per capire, immediatamente
e senza incertezze, il motivo della mia presenza lì.
Un viaggio dentro l'anima della
Natura, dove tutto è immenso. Anche
le emozioni.
13 giugno. Negli ultimi due giorni
il ghiaccio, finalmente liberato dalle catene di pietra
che lo opprimevano, sembra lievitare, alzarsi sopra
la linea dell'orizzonte, che per uno strano gioco
di luce e prospettiva sembra più bassa del
punto in cui mi trovo, mentre invece devo salire ancora.
A dispetto della quota, mi sento bene e, liberato
dalla sabbia, queste ultime tappe sembrano un invito
a correre. Coi piedi e la fantasia.

© Michele Dalla Palma |
Giganti di pietra
Circo Concordia. Il punto
dove linee reali e immaginarie si uniscono. Convenzione
e al tempo stesso mitologia.
Centro ideale di quell'universo chiamato Baltoro.
Come valve di un'immensa conchiglia le montagne si
aprono liberando il cielo. Tutt'intorno panorami
che nessuna fantasia può costruire.
Nessun luogo sulla Terra è paragonabile, per
grandezza e maestosità, alle incredibili scenografie
naturali di questo mondo alieno agli esseri
umani dove recitano solo giganti
di pietra. Il Paju Peak,
i pinnacoli e le guglie di Uli
Bahjo, le architetture di Baltoro
Cathedral, le Torri di
Trango, e mille altri colossi senza nome hanno
fatto da prefazione ai titani del Karakorum, riuniti
in conclave a ricordare la creatività e l'infinita
potenza della Natura. Torre
Muztagh, Masherbrum,
Chogolisa, l'immensa
corona dei Gasherbrum,
la muraglia del Broad Peak
fanno da cornice all'immensa punta di freccia conficcata
nel cuore dell'infinito.
Chogori
"La Montagna Bianca"
delle genti himalayane, senza alcuna poesia K2
per i pragmatici geografi occidentali, domina l'orizzonte,
perfetto, monolitico prolungamento dell'energia vitale
della Terra proteso verso l'infinito cosmico. Come
ogni creatura in bilico tra realtà e magia
la più grande piramide esistente sul pianeta
esercita un irresistibile fascino
ipnotico su chiunque la avvicini. Per questo
sono qui. Per farmi rapire dalle sue storie fatte
di vento, di nuvole e divinità misteriose che
vivono e respirano con tempi e ritmi che non ci appartengono.
Ancora giorni di passi nella neve per arrivare più
vicino ai miei sogni. Fin quasi a sfiorarli.
La realtà, fatta di giorni e concretezze, è
infinitamente, inesorabilmente lontana.
Nella valle degli Hunza, regno
nascosto dell'Himalaya
Quando già si percepiscono nell'aria i primi
sintomi dell'imminente, sterminato universo cinese,
appena al di là del Khunjerab Pass, esiste
una valle dove il tempo
scorre più lento.
Ultimo regno nascosto, protetto da gigantesche muraglie
che graffiano il cielo sfiorando gli 8000 metri, è
la valle degli Hunza.
Le leggende raccontano che su questi scoscesi territori,
a prima vista assolutamente inospitali per qualsiasi
forma di aggregazione umana, circa mille anni fa si
fermò un pellegrino proveniente dalle regioni
persiane che, feritosi ad una gamba su questo tratto,
venne abbandonato dai compagni con un pugno di semi.
L'uomo li seminò su un fazzoletto di terra
aggrappato alle rocce scoprendo con stupore che, nonostante
la quota elevata, germogliavano con facilità.
Riuscì così a superare il primo inverno,
e decise di fermarsi lì per sempre, chiamando
a raccolta anche i familiari. Naque quasi per caso
la stirpe degli Hunza,
composta inizialmente da quattro famiglie come ancora
testimoniano i quattro edifici sacri in legno affacciati
sulla piazzetta di Ganish,
magnifico villaggio che rappresentò il primo
insediamento stabile in questa regione. Gli Hunza
vissero a lungo predando le carovane che si avventuravano
lungo l'insidioso percorso della Via della Seta, in
eterna lotta con la società dei Nagar,
altra popolazione proveniente dai territori del Baltistan
nel frattempo stanziati sulla riva sinistra del fiume
che taglia in due la vallata. Favorite dal passaggio
di uomini e culture provenienti da ogni parte del
mondo antico, dal Medio Oriente alle più remote
regioni della Cina, dall'Europa ai favolosi regni
dei maraja dell'India meridionale, numerose furono
le contaminazioni assorbite dal regno degli hunza,
ma la più importante fu sicuramente il matrimonio
con una principessa tibetana, nei primi secoli
del secondo millennio. Portandosi al seguito una dote
di ben trecento operai e muratori, "trasformò"
stilisticamente le architetture di questi paesi. Testimonianza
più evidente di questa infiltrazione culturale
è ancora oggi il palazzo
reale che domina l'antica capitale Karimabad.
Arroccato su uno sperone roccioso, nei suoi colori
bianchi e rossi assomiglia a un "Potala"
in miniatura.
Nonostante l'inevitabile ingerenza inglese, che dall'ultimo
decennio dell'800 si fece sentire anche in questa
zona (non bisogna dimenticare che, come unico passaggio
di comunicazione a ovest dal subcontinente indiano
verso Cina e Russia, queste terre di confine furono
anche teatro di attriti e scontri), il regno degli
Hunza rimase isolato e autonomo
fino al 1974, e solo con l'apertura della Karakorum
Highway fu inglobato nello stato pakistano. Neppure
l'Islam, che qualche secolo prima aveva sostituito
l'antica religione buddista, è riuscito a cambiare
il carattere indipendente e autonomo degli uomini
delle montagne. Fieri delle loro tradizioni, in barba
alla legge coranica gli Hunza non disdegnano qualche
sana bevuta di improbabili
"vini" che
producono in loco con qualsiasi frutto, ma in particolare
con le more del gelso.
"Hunza water"
è il nome che hanno affibiato anche a un distillato,
simile alla vodka, ottenuto anch'esso da vari tipi
di frutta. Per evitare "equivoci" con l'ortodossia
islamica, gli Hunza si professano Ismaeliti,
riconoscendo come capo spirituale l'Aga
Khan. È questa una variante molto "addolcita"
e tollerante del credo musulmano, che permette ampie
deroghe alla preghiera e agli obblighi canonici
delle altre confessioni coraniche. Per tradizione,
ma soprattutto grazie agli interventi economici dell'Aga
Khan, tra gli Hunza è molto sviluppata l'istruzione,
garantita da una rete pluralistica di scuole pubbliche
e private; sono inoltre all'avanguardia, coordinati
da associazioni locali, alcuni progetti per la valorizzazione
del lavoro femminile e degli handicappati.
Ma quello che affascina qualsiasi viaggiatore si trovi
a passare da queste parti sono i ritmi,
le atmosfere, le espressioni
sincere di uomini, donne e bambini che paiono
coscienti di possedere un grande bagaglio di storia
e cultura da conservare
e valorizzare. Un mondo
"antico" incorniciato tra alcune delle più
belle montagne himalayane: oltre al Rakaposhi, che
dai 7789 metri della vetta domina le terrazze coltivate
di Karimabad, a ridosso dell'antica capitale si allunga
una magnifica corona di cime straordinarie che superano
abbondantemente i 7000 metri.

© Michele Dalla Palma |
La cultura dell'albicocca
Lascia senza parole il contrasto violento tra i prati
coltivati a cereale che sfumano su immense
pareti verticali decorate da vertiginosi ghiacciai
pensili incombenti su campi e case. Ma la caratteristica
più interessante della cultura agricola degli
Hunza è la coltivazione
dell'albicocca, frutto dalle virtù quasi
"magiche" che ha permesso a questo popolo
di sopportare gli stenti e le privazioni di una vita
difficile, segnata da lunghi inverni. E proprio durante
le "primavere di fame" quando erano ormai
esaurite le scorte di cibo, che le albicocche, abilmente
seccate durante l'estate precedente, fornivano sostentamento
alle popolazioni delle montagne.
Tra fine giugno e luglio ogni pietra, ogni tetto (rispettando
la tradizione tibetana, le coperture delle case sono
una sorta di terrazzo "vivibile") si tinge
di mille sfumature di arancio
vivo, trasformando il paesaggio in un irreale
quadro naïf. Ovunque, i frutti
dell'albicocco, aperti e privati del seme legnoso
(la cui mandorla verrà anch'essa seccata e
messa da parte per essere consumata come "snack"
pregiato) seccano lentamente
al sole, mutando dal colore vivo e brillante di quelli
freschi alle sfumature ocra e ruggine della frutta
ormai pronta per essere immagazzinata nelle dispense.
Il panorama, in quella stretta fascia viva tra l'immobilità
delle montagne in alto e la furia del fiume in basso,
diventa uno straordinario patchwork
di arancioni e verdi declinati in sfumature
che nessun pittore può immaginare.
Più di una una volta, osservando le pennellate
pastello del tramonto su questo universo unico, straordinario
connubio di cultura umana e paesaggi indescrivibili,
ho ringraziato i miei occhi, capaci di trasformare
la realtà in emozioni.
Notizie Utili
Un viaggio sulla Via della Seta, lungo la Karakorum
Highway, è alla portata di chiunque sappia
adattarsi ai disagi,
peraltro contenuti (è necessario solo di un
pò di spirito di adattamento), di un'avventura
in territori non ancora del tutto "domati"
dall'uomo. In compenso si tratta di un'esperienza
straordinaria che avvicina al mondo delle grandi
montagne himalayane e di civiltà antiche ancora
quasi incontaminate.
Il periodo migliore per un viaggio nella valle degli
Hunza va da giugno a metà
luglio ma soprattutto tra
settembre e ottobre, quando la natura esplode
nelle mille sfumature dell'autunno e c'è la
quasi certezza di giornate limpide.
Informazioni:
progettoavventura@micheledallapalma.it
www.micheledallapalma.it