– "Mi scusi, sto cercando una guida della Namibia."
– "Come? Dov'è che deve andare?"
– "Namibia, in Africa."
– "Come ha detto? Nabibbia?"
– "Na-Mi-Bia!"
– "Non c'è... No, non c'è proprio... Ah, ecco, forse lei cercava la Nubia?"
Non avrei mai immaginato che le prime difficoltà della mia avventura africana sarebbero cominciate addirittura mesi prima che il viaggio iniziasse. E la commessa della libreria non era la prima né l'ultima persona stupita di sapermi diretto verso una nazione il cui nome è così poco conosciuto al turismo di massa. Per fortuna, da amante di viaggi e frequentatore di forum di fotografia, ero già stato in varie occasioni folgorato dagli incredibili reportage di chi aveva avuto la fortuna di visitare questa affascinante regione dell'Africa australe. E non sarebbe certo stata una commessa un po' incerta a svegliarmi anticipatamente dal mio sogno namibiano.
La nostra avventura comincia, com'è giusto, da Windhoek, la capitale. Qui noleggiamo due macchine, il necessario per il campeggio (tende e sacchi a pelo ce li siamo portati da casa) e partiamo verso nord, per il Waterberg plateau e poi per il parco dell'Etosha, dove, come i ricchi avventurieri del diciannovesimo secolo, bramiamo il nostro safari.

E noi, moderni cacciatori, sostituiti i fucili con le non meno micidiali macchine fotografiche, non ammazziamo più ma immortaliamo le nostre prede, con i big five (elefante, leone, leopardo, rinoceronte e bufalo) sempre in testa ai trofei più ambiti.
La caccia è fruttuosa da subito: nel parco che si estende tutto intorno all'immensa salina desertica dell'Etosha pan, zebre, orici, gnu, impala, kudu e gli elegantissimi springbok vivono naturalmente e noi non dobbiamo far altro che puntare e premere il grilletto. Una giraffa bruca l'erba, ci vede e scappa ma non può sfuggire alla precisione dei nostri obiettivi. Gli elefanti ci tagliano la strada. Grandi e grossi come sono, non hanno certo bisogno di strisce pedonali. Ma anche loro soccombono alle raffiche dei nostri click.
 |
|
Il nostro bottino è già molto ricco ma noi vogliamo di più: una bella testa di leone da mostrare, orgogliosi, agli amici. Il tempo che avevamo pianificato di passare nel parco è ormai agli sgoccioli e la maggior parte di noi ha perso la speranza quando, inaspettato, capita il miracolo: una leonessa, staccatasi dal branco, ha pensato bene di riposarsi proprio in mezzo alla nostra strada e aspettarci. Ci avviciniamo furtivamente, col motore al minimo per non far scappare la nostra ambitissima preda, armiamo le nostre macchine, le puntiamo e appoggiamo delicatamente l'indice sul grilletto, pronti a scattare. Ma all'improvviso lei si alza, impassibile e fiera, ci viene incontro senza temerci, ci sfiora senza neppure degnarci di uno sguardo e, da vera regina qual è, se ne va elegantissima lasciandoci senza fiato. Uno scatto di precisione renderà giustizia alla sua bellezza.
Non meno fiere della leonessa sono le popolazioni locali, e in particolare i più belli e fotografati della Namibia: gli Himba. La pelle coperta di ocra e i capelli raccolti in trecce di fango delle loro donne mi riportano indietro di secoli. In un mondo che cambia rapidamente, sedotto dalle lusinghe dei soldi e della modernizzazione, non si può rimanere insensibili al fascino di queste popolazioni che difendono con orgoglio le loro tradizioni, gli usi e costumi tramandati per molte generazioni prima di loro. Alzo la macchina fotografica con rispetto e mi auguro di saper cogliere nei miei scatti l'espressiva bellezza ma soprattutto la fierezza di queste ragazze e questi bambini che agli occhi prevenuti di noi occidentali sembrano non avere nulla ma che invece hanno la serenità di chi non desidera nient'altro.
 |
|
La salita alle cascate Epupa è il momento più delicato di tutto il viaggio. La strada è piuttosto impegnativa, uno sterrato pieno di buche e sassi, e, prevedibilmente, foriamo. L'incidente viene subito notato da una piccola tribù di Himba che vive poco distante da lì e che sembra non attendere altro per movimentare un po' il pomeriggio. Mentre noi ci apprestiamo a sostituire la gomma, loro si sistemano non lontano da noi, chi seduto e chi in piedi, a godersi lo spettacolo. E quanto mi dispiace non riuscire a comprendere i caustici commenti che sembrano scambiarsi su di noi e che, irrispettosi nei nostri confronti, grosse esplosioni di ilarità sembrano scatenare. Dopo una mezz'ora, purtroppo per loro, lo spettacolo finisce e se ne tornano alla loro routine mentre noi ripartiamo per la nostra strada.
 |
Arrivati con il buio, abbiamo giusto il tempo di montare le tende e cenare in modo molto frugale, per poi cercare riparo dal freddo che sta sopraggiungendo nel tepore dei nostri sacchi a pelo. Per tutta la notte il rumore dell'acqua ci ricorda come le cascate siano dietro l'angolo, per quanto il buio totale non ce le mostri ancora. Ci svegliamo quindi prima dell'alba per cogliere quel magico momento in cui le tenebre lasciano il posto alla luce e le cascate cominciano a svelarsi a noi. Prima pochi segni a malapena riconoscibili: dolci, scintillanti riflessi sulle turbolenti acque del fiume che fino a qualche minuto prima era percepibile solo attraverso l'udito e l'umidità dell'aria. Poi si intravede il vapore dell'acqua nebulizzata dalla caduta di 37 metri sulle rocce sottostanti. E così, via via, sempre più particolari si aggiungono al quadro, fino a che le cascate si mostrano in tutta la loro bellezza.
Lasciate le cascate Epupa ci dirigiamo verso la costa degli scheletri e l'oceano Atlantico, che costeggiamo fino a Swakopmund, città coloniale tedesca e secondo centro abitato namibiano. Usando questo angolo di Baviera in terra d'Africa come base delle nostre escursioni ci arrampichiamo in fuoristrada sulle gialle dune del Sandwich Harbour, fotografiamo la colonia di otarie di Walvis Bay, scaliamo il monte Spizkoppe, detto il Cervino d'Africa, e, dopo una settimana di dura vita di campeggio, ci gratifichiamo con dell'ottimo pesce in un elegante ristorante con vista sull'Atlantico.
Lungo la strada che ci porterà a Sesriem e al deserto del Namib ci fermiamo per una sosta a Solitaire, una pompa di benzina a parecchie ore da qualsiasi centro abitato con annesso un piccolo bar. Una specie di autogrill dove però i magnifici paesaggi della prateria prendono il posto del cemento delle autostrade, la bizzarra ambientazione di rottami di macchine d'epoca sostituisce l'indistinguibile serialità di questi non-luoghi, la fresca cordialità del gestore rimpiazza l'impersonalità asettica degli inservienti e la torta di mele e cannella fatta in casa non fa certo rimpiangere il gusto di plastica dei cibi preconfezionati.
 |
|
Dopo la savana, la prateria, le montagne, le cascate, i baobab, gli alberi moringa e i kokerboom, le saline, la costa degli scheletri e l'oceano, il paesaggio namibiano ci sorprende di nuovo trasformandosi repentinamente nell'affascinante deserto rosso del Namib. Il cambiamento è così improvviso e radicale che lascia senza fiato: la terra fertile coperta di erba e di alberi finisce improvvisamente e cominciano delle ripide dune che, implacabili, svettano anche oltre i 300 metri di altezza. Ma dove comincia il deserto c'è ancora vita, e non è difficile scorgere orici o springbok.
E durante la stagione delle piogge si creano dei piccoli laghetti che poi si seccano durante l'inverno, dando luogo a paesaggi irreali come quello di Sossus Vlei, Hidden Vlei o Dead Vlei, dove il chiaro fondo salino crepato dalla siccità contrasta con il rosso delle dune circostanti, il nero degli alberi bruciati dal sole e l'azzurro di un cielo che non vede nuvole per la maggior parte dell'anno.

E' stata una bella prova per la mia Nikon D40, una macchina che ha tutte le carte in regola per essere la compagna di viaggio ideale: è piccola e leggera, per cui non ho fatto fatica a portarla sempre con me, e la sua resa dimostra come in casa Nikon la qualità fotografica sia un imperativo anche nelle macchine meno accessoriate. I due obiettivi che ho portato svolgono molto bene il loro lavoro e sia i paesaggi, immortalati con il 18-55, che i ritratti di persone e animali, effettuati con il 55-200 VR, hanno una nitidezza e una qualità di ottimo livello.

Chi va in Namibia cerca la natura. Chi va in Namibia cerca la solitudine. Non cerca certo monumenti spettacolari o palazzi o templi maestosi. L'uomo qui ha lasciato ben poche tracce del suo passaggio e, anzi, si è adattato all'ambiente piuttosto che adattare l'ambiente a sé. E anche il turismo deve adattarsi. Deve adattarsi alle poche strutture ricettive che ci sono. Ai campeggi, alle tende, alle poche comodità. Dall'altra parte la Namibia saprà ricompensare il viaggiatore tenace con luoghi rimasti praticamente vergini, ambienti intatti, paesaggi incontaminati. Tutto questo fino a che rimarrà fuori dalle zone dei tour operator e dal turismo di massa. Ma per fortuna, la Namibia, pochi sanno dov'è.