Introduzione e intervista di Dino del Vescovo
La fotografia si eleva a scienza esatta e la fotocamera diventa, oltre che il mezzo in grado di avvicinare chiunque a una delle più raffinate arti dei nostri giorni, anche preciso e raffinatissimo strumento di misura. L'intervista che segue e che vede al centro del dibattito il fotografo e ingegnere elettronico Marcello Melis, è, come avrete già intuito, piuttosto insolita. Insieme all'analisi dei vari aspetti della fotografia che di solito conducono a un'interpretazione artistica e creativa della stessa, di seguito si affronta l'argomento anche dal punto di vista dello studioso, quindi dell'esperto di fotometria e colorimetria in grado di scorgere nelle immagini digitali e nei pixel che le compongono, una insospettabile fonte di informazioni circa la natura dei soggetti fotografati, fino ad ora poco considerata se non sconosciuta. Il tutto come diretta conseguenza di una carriera scientifica condotta su alti livelli, che ha visto, in passato, il fotografo romano impegnato nella elaborazione delle immagini digitali di porzioni di superficie terrestre provenienti da satellite, in collaborazione con l'Agenzia Spaziale Europea. Una formazione che fa da sfondo a una “visione allargata” delle immagini, a una nuova lettura e a un nuovo modo di sfruttare le tecnologie integrate nelle attuali fotocamere digitali. In particolare, si focalizza l'attenzione sui sensori di immagine e sulla possibilità di utilizzare le radiazioni al di fuori dello spettro visibile, rivedendo per esempio l'uso di filtri come l'IR cut-off che, per assorbimento o per riflessione, tagliano dallo spettro delle radiazioni incidenti sul sensore, le lunghezze d'onda appartenenti alla banda dell'infrarosso e ultravioletto, non percepibili dall'occhio umano. Permettere alla fotocamera di ricevere e interpretare in modo selettivo le onde elettromagnetiche in un intervallo molto più ampio di quello attuale, limitato al visibile, apre secondo Marcello Melis a nuovi impieghi del mezzo, dal campo medicale a quello della investigazione, fino a quello della diagnostica e della conservazione delle opere d'arte pittoriche. Per completezza di informazione si ricorda che la luce, protagonista unica e fino a oggi indiscussa della fotografia, è composta da onde elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda (λ) è compresa fra valori ben definiti, in un intervallo che occupa solo una piccola parte dell'intero spettro elettromagnetico. Compresa fra le frequenze del rosso (lunghezza d'onda di circa 700nm) e quelle del violetto (lunghezza d'onda di circa 400nm), viene a trovarsi fra i raggi infrarossi (IR) e i raggi ultravioletti (UV). Lo spettro elettromagnetico ha invece come estremi i raggi Gamma a sinistra e le onde radio a destra.
Marcello Melis vive e lavora a Roma. Quando non lavora si rilassa con la lettura o con un buon disco di musica jazz, di blues o bossa-nova. Ama viaggiare in barca a vela e in moto, possibilmente in compagnia di una fotocamera e di un diario di viaggio.
Dunque Marcello, la tua preparazione, dal punto di vista teorico e pratico, è ben diversa da quella che ci si aspetta da un fotografo professionista. Me lo confermi?
Certo, la mia è una preparazione insolita, diversa. Ho coltivato sin da ragazzo l'interesse per la fotografia, per la sua potenza espressiva e per l'immediatezza che è in grado di offrire, ma la mia preparazione ha inizio con una laurea in ingegneria elettronica cui seguono anni di ricerca e progettazione spesi in diversi campi applicativi. In particolare, per tutti gli anni '90 mi sono occupato del trattamento di immagini digitali da satellite, anche come Principal Investigator presso l'Agenzia Spaziale Europea. I pixel, i loro colori, lo spettro cromatico, assumevano in quel caso un significato fortemente scientifico. Una simile esperienza mi ha permesso quindi di maturare un approccio al mondo delle immagini digitali monocromatiche e multi-spettrali, diverso da quello tipico di un fotografo in senso stretto.
Cosa pensi allora del modo in cui si “consuma” oggi la fotografia?
Come tutte le invenzioni dell'uomo che fanno da “amplificatore di una funzione”, esiste un percorso che vede pendenze, accelerazioni e velocità molto diverse nello sviluppo e nell'uso. Nel campo automobilistico, per esempio, abbiamo assistito nel giro di un secolo a una vera e propria rivoluzione, passando da mezzi che richiedevano la messa in moto a mano, a mezzi che oggi sono in grado di parcheggiare da soli. Nella fotografia, la ricerca di una meccanica sempre più raffinata, precisa e affidabile, ha fatto da Leitmotiv allo sviluppo dei corpi macchina a pellicola. Poi è cambiata l'elettronica, quindi le funzioni accessorie della fotocamera (come l'esposimetro, l'otturatore, l'intervallometro, il controllo del flash Nikon CLS, etc.), il cuore, la parte sensibile, la pellicola.
Ricorrendo ancora all'analogia con il mondo delle auto, una volta chi sedeva alla guida, doveva essere un po' autista, un po' meccanico, un po' gommista, insomma doveva sapersela cavare, inventando talvolta soluzioni di fortuna. Con la fotografia non cambiava molto: il fotografo doveva capirne davvero se voleva ottenere buoni risultati. Gli automatismi di oggi, invece, portano a “consumare” fotografia in quantità maggiori rispetto a un tempo: l'ultima accelerazione si è avuta con l'avvento del digitale a basso costo. Tutto questo però non vuol dire necessariamente qualità.
E del "mare magnun" di chi si considera "esperto"?
Penso che questo "mare magnun" sia un problema soprattutto per chi inizia. Tra consigli di amici, forum specializzati, siti Internet dove si pubblicano fotografie di ogni tipo, commentate e corredate dei dati di scatto, chi inizia rischia di assorbire tutto, senza riuscire però a capire cosa sia giusto e cosa, invece, sia frutto di leggende metropolitane. Reputo importante, come per qualsiasi altra attività che si voglia intraprendere in modo serio, partire da un periodo di formazione strutturata, sistematica. Si possono fare belle fotografie imparando solo dalla “praticaccia”, ovvero dagli infiniti tentativi che il digitale consente, ma inevitabilmente restano lacune e false verità. Si rischia di applicare dei principi senza capire a fondo i perché. Per usare una similitudine, è come regalare a qualcuno direttamente il pesce anziché una canna da pesca.
Chi è per te il vero esperto?
Chi mostra di essere modesto, chi cioè non ha la presunzione di sapere tutto. Chi si sente già arrivato, probabilmente non è mai partito. Ammiro chi ha un bella gavetta alle spalle, chi ha ormai passato la fase di apprendimento di base e chi, nel momento giusto, sa usare la parola giusta e in più che faccia la differenza rispetto alle altre.
Quanto è importante una formazione strutturata per accedere alla fotografia?
Una certa predisposizione è di aiuto, ma una formazione strutturata è fondamentale. La padronanza della macchina fotografica e delle tecniche di ripresa, permette di trovare la giusta impostazione per qualsiasi situazione di scatto. Con la fotografia digitale l'esigenza di formazione è accresciuta dalla complessità di gestire il flusso di lavoro, dallo scatto in RAW/NEF alla fruizione finale, sia in stampa sia a video, e per la necessità di gestire correttamente il colore attraverso tutti gli strumenti che il Color Management mette a disposizione. Questo è quello che cerchiamo di insegnare presso la Scuola di Fotografia HISO1000 a Roma. Se parliamo poi di fotografia scientifica, la preparazione necessaria supera in modo significativo quella utile alla “semplice” fotografia nello spettro visibile, richiedendo un addestramento che solo persone specializzate possono garantire.
Quindi la fotografia, intesa sempre come un'arte, può diventare anche scienza?
Certamente. Ho avuto modo di parlare di questo in diversi convegni e per diverse discipline. La fotocamera è uno strumento che registra in modalità digitale fenomeni legati alla luce. Se alla macchina viene associata una taratura esatta, una caratterizzazione della sua risposta all'intensità e allo spettro di colore, allora ogni fotografia diventa una misura numerica della scena fotografata, con l'enorme vantaggio di poter avere una descrizione dettagliata punto per punto. Una potenzialità fantastica sfruttata, ad oggi, in modo sin troppo marginale e povero. Inoltre, una volta caratterizzato anche il sistema ottico, quindi individuate le correzioni geometriche, piccole o grandi che siano, da apportare alla spazialità dell'immagine e connesse al complesso "corpo macchina - obiettivo", la fotocamera diventa un “metro” in grado di restituire informazioni preziose sulle forme e sulle dimensioni di quanto si fotografa.
Quindi la fotocamera come strumento di misura a distanza? Quali sono i limiti sino ai quali è possibile estendere l'uso di una fotocamera come strumento di misura?
I produttori di fotocamere profondono enormi risorse nel progettare dispositivi che mostrino sensibilità e comportamenti il più possibile simili a quelli dell'occhio umano. Anche la fotometria e la colorimetria, due scienze esatte che a nostra insaputa permeano la vita di ognuno di noi, hanno preso a riferimento la fisiologia dell'occhio per definire standard e unità di misura. Tutto questo perché l'immagine, o come si preferisce dire oggi l'imaging, ruota intorno alla fruizione umana.
Ma se ci addentriamo in altri territori, per esempio in quello delle immagini alle lunghezze d'onda degli infrarossi e degli ultravioletti, troviamo un mondo tutto da scoprire ed esplorare. Quando la fotografia era su pellicola, per quanto si riuscisse a eseguire riprese dentro queste bande fuori dal visibile, la fruizione era comunque rimandata a una percezione visiva diretta che immancabilmente si limitava a tre canali di colore. Con lo sviluppo del digitale, è possibile estendere la sensibilità di una fotocamera standard fino ad abbracciare uno spettro di radiazioni con lunghezze d'onda comprese fra 300 e 1000 nanometri. In linea di massima questa non è una operazione particolarmente nuova, essendo nota da molti anni. Quello che invece può rappresentare il vero salto di qualità, è il modo in cui fruire di queste immagini "estese". Presso Profilocolore, lavoriamo su questi temi da diversi anni e recentemente abbiamo affrontato in modo sistematico proprio questo argomento anche grazie alla stretta collaborazione con Nital. Ci siamo posti cioè la domanda di come avrebbe potuto svilupparsi la colorimetria standard internazionale se l'occhio umano fosse stato sensibile a 7 bande di colore, una negli ultravioletti, le tre classiche rosso, verde e blu nel visibile e, infine, tre bande negli infrarossi. Ci siamo inoltre chiesti quali avrebbero dovuto essere le sensibilità ottimali dentro queste bande per avere la migliore capacità di discriminare "ipercolori" estesi a tutta questa banda. Le risposte sono arrivate ripercorrendo i passi fatti dal CIE (Comitato Internazionale per l'Illuminazione), ma estendendoli a sette bande invece delle classiche tre. Inoltre, non avendo noi umani a disposizione un super occhio, abbiamo studiato curve di sensibilità specifiche che potessero rappresentare in modo ottimale qualsiasi spettro in questa banda allargata. Stiamo proponendo questo approccio a livello internazionale e siamo reduci da una settimana a Monaco dove abbiamo presentato questa nostra ipercolorimetria nell'ambito del congresso SPIE Optical Metrology riscuotendo parecchio interesse.
Quali sono i potenziali campi applicativi di una simile estensione della colorimetria?
La colorimetria classica, basata sulle bande del rosso, del verde e del blu, è in grado di assegnare in modo univoco una terna di coordinate colorimetriche a qualsiasi spettro nel visibile. La ipercolorimetria proposta si prefigge lo stesso scopo, ma per una banda che va dagli UV agli IR. Oggi, chiunque lavori in settori che richiedono la ripresa in questa banda estesa, non ha alcun riferimento standard, e lavori eseguiti da gruppi diversi di studiosi non sono numericamente confrontabili. Tantomeno esiste la possibilità di costruire, per esempio, un database di “firme spettrali” di ipercolori da associare a varie superfici, pigmenti o sostanze.
Ci sono campi applicativi che potrebbero trarre grandissimo vantaggio da una standardizzazione di firme spettrali in un dominio esteso oltre il visibile. Penso al mondo della diagnostica e della conservazione di opere d'arte pittoriche, dove un'analisi preliminare dei pigmenti al fine del restauro e conservazione, deve necessariamente essere non invasiva, deve essere in grado di identificare i pigmenti originali nel modo più corretto, e deve essere "imaging", ovvero dosata sulla misura pixel per pixel. Altra applicazione importantissima è quella della diagnostica in campo medico e in particolare in dermatologia. La creazione di una banca dati ipercolorimetrica permetterebbe di eseguire rapidissimi screening diagnostici su lesioni cutanee, distinguendo tra quelle benigne e quelle maligne. Ultimo, ma non meno importante, è l'ambito della investigazione legale, dove l'uso di tecniche al di fuori dal visibile è già largamente diffuso ma mancano standard di confronto quantitativo e numerico tra i rilievi eseguiti.
Dov'è il legame tra fotografia e psicologia?
Il legame è nell'interpretazione. Io scatto una fotografia, ma potrei farlo in una infinità di modi diversi. Il modo in cui agisco è un riflesso, conscio o inconscio, di come vedo il soggetto, ed è frutto di tutta la mia esperienza di vita. Dopo, la foto viene vista da un'altra persona: una sola immagine, non una sequenza, non un film, non un racconto verbale. Una sola immagine sulla quale proiettare il proprio inconscio fino a ricavarne un'interpretazione personale. Certe foto mi incantano, mi catturano, mi parlano. Altre, seppure belle e ben fatte, non mi trasmettono molto. Da cosa deriva tutto questo se non dall'incontro di due esseri umani fondato su un'immagine? Non è solo tecnica, è molto di più, e affonda le radici in noi stessi.
Tre benefici che il digitale ha apportato?
1. Flessibilità nel regolare la sensibilità ISO e il bilanciamento del bianco. 2. Immediatezza del risultato, sia nella fase di verifica, sia di delivery. 3. Rappresentazione numerica dell'immagine che apre le porte al Color Management e alla corretta gestione della stessa, dallo scatto alla stampa. Naturalmente questo discorso vale per le fotografie registrate nel formato NEF, il Nikon Electronic Format, ovvero il RAW di Nikon.
Perché hai scelto Nikon? Cosa ti piace delle fotocamere Nikon?
Perché Nikon produce ottiche e fotocamere. Basta. Non si perde in mille altri dispositivi, come le stampanti, i videoproiettori, i fax, le videocamere e quant'altro. Ogni fotografo che utilizzi Nikon, sa che alla base della progettazione della sua macchina c'è l'assoluta volontà, da parte della casa madre, di assecondare e soddisfare le sue esigenze. E questo lo senti, lo percepisci mentre lavori, mentre inquadri, mentre scatti...
Cosa mi piace delle fotocamere Nikon? L'immediatezza con cui si accede a qualsiasi funzione, la chiarezza e la linearità dei comandi, il farti sentire sempre a tuo agio, in ogni situazione. A tutto ciò aggiungi poi un livello di qualità elevatissimo, la massima serietà e cautela nell'immettere sul mercato modelli che rispettino al 100% gli investimenti di ciascun fotografo, pur mantenendo un invidiabile ritmo di aggiornamento tecnologico e funzionale.
Si può fare della buona fotografia anche con una fotocamera compatta?
Entro certi limiti, sì. Questi sono dati dall'illuminazione della scena, mai troppo bassa da forzare il fotografo a utilizzare sensibilità ISO eccessive. Le ridotte dimensioni dei sensori montati nelle compatte, costringono i progettisti ad alti livelli di amplificazione elettronica del segnale, aumentando il rumore nelle immagini.
Preferisci il grandangolo o il teleobiettivo? Un'ottica Nikkor che ti piace in particolare?
Dipende dalle situazioni, ma d'istinto ti dico di preferire le focali corte a quelle lunghe, quindi il grandangolo. Sarà il mio spirito libero che preferisce abbracciare ampi spazi piuttosto che estrapolare dettagli. La mia passione per il reportage ne è una dimostrazione. C'è tuttavia un altro tipo di fotografia che mi piace interpretare: il ritratto. In questo caso la fotografia diventa un dialogo a due, uno scambio, un flusso di intesa per il quale, secondo il mio parere, il più fedele mediatore risulta l'AF-S Micro-Nikkor 105mm F/2.8G IF-ED VR, un obiettivo che amo svisceratamente!
Dunque, tu sei uno studioso del comportamento dei sensori d'immagine nei confronti delle lunghezze d'onda delle radiazioni luminose e della loro intensità. Cosa pensi dell'uso del flash?
Il flash può essere il tuo peggior nemico o il tuo insostituibile alleato. Tutto dipende da quanto lo conosci e da quanto sai dominarlo. Il flash, usato con sapienza, è una presenza discreta: quando nessuno si accorge del suo intervento, vuol dire che è stato usato bene.
Per finire, qual è il luogo comune più diffuso nel mondo delle fotografia?
Ecco, appunto: che le fotografie fatte con il flash siano brutte!