Nikon School
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Intervista a Sara Munari

Introduzione e intervista di Dino del Vescovo

 

La definisce libera, Sara Munari, la sua fotografia. E non si stenta a crederle dopo averla ascoltata o dopo aver sfogliato alcuni dei suoi album fotografici come “Oceano India” e “Di treni, di sassi e di vento”. La sua fotografia di reportage non ama in modo particolare le costrizioni, il cliché o quanto imposto dalla committenza: la fotografa milanese riflette, osserva, legge, organizza, nella pratica e mentalmente. Al centro di tutto c'è quindi il viaggio, ciò che incontra, ciò che accade davanti al suo obiettivo, ciò che risponde al suo progetto di base. «La mia fotografia», racconta per spiegare il suo punto di vista, «è legata alle cose che non posso gestire in prima persona».
Dal tema alle immagini e mai il contrario: nel reportage così come nel matrimonio, secondo impegno fotografico di Sara Munari, dove la fotocamera osserva e scatta senza mai intervenire o cambiare il naturale svolgersi degli eventi.
Docente di Storia della Fotografia presso l'Istituto Italiano di Fotografia e di Tecnica e Comunicazione Visiva, dedica quindi il tempo che le resta allo sviluppo dei suoi progetti, distribuendoli fra piccoli e grandi viaggi. Ama il cinema e tutto quello che le permette di aprire una finestra sul mondo, sulle abitudini, sulle culture e sul modo di vivere degli altri. Ha giocato a calcio ma non ama guardarlo in TV.

Ciao Sara, quando hai capito che il reportage sarebbe stato la tua missione fotografica?
La mia necessità primaria era quella di vedere il mondo, di conoscere luoghi e modi di vivere diversi dai miei. Poi, per quanto rispetti gli altri generi fotografici e sappia riconoscere la qualità in ognuno di essi, mi sento più legata alla fotografia senza costrizione: preferisco camminare e fotografare quello che mi accade intorno. A me interessa sviluppare il progetto che ho in mente avvicinandomi ai soggetti e ritraendoli così come sono, senza preoccuparmi, per esempio, del posizionamento delle luci, della struttura e così via. Il reportage di viaggio mi consente quindi di avere questo genere di approccio. La mia fotografia è legata alle cose che non posso gestire in prima persona.

Da cosa e quando nasce l'interesse per i paesi dell'Est?
Nasce da un disinteresse, nel senso che fino a quando non li ho visitati, non mi hanno mai attratto, avendo prediletto mete più lontane come l'Asia e l'Africa. Poi, ho deciso di intraprendere un lungo viaggio, zaino in spalla, che alla fine si è rivelato fra i più interessanti fatti fino a quel momento. Sono partita da Istanbul, in Turchia, e attraversando vari paesi, mi sono spinta fino a Bratislava. Lì ho infine preso l'aereo che mi ha riportato a casa. Avevo scelto un tema molto particolare, avendo deciso di fotografare soltanto chi, nell'attimo del mio passaggio, stava facendo qualcosa di strano. Una continua ricerca, quindi, delle imperfezioni legate all'attimo.

Viaggi quindi zaino in spalla? Parti da sola o in compagnia?
Di solito mi sposto in compagnia di qualcuno che sia interessato a scoprire le mie stesse destinazioni, ma non dal punto di vista fotografico. Il più delle volte si tratta di amici di sesso maschile. Molti dei luoghi in cui mi reco, non sono infatti molto sicuri, per cui preferisco che durante i miei spostamenti, con me ci sia qualcuno.

Guardando i tuoi scatti e leggendo descrizioni e critica dei tuoi portfolio, c'è un termine assai ricorrente: ironia. Mi dici cosa significa essere "ironici" quando si fotografa?
Personalmente, cerco di divertirmi con la fotografia. Quando esco per fotografare rincorro soggetti che si discostino dal normale evolvere degli eventi, che siano quindi particolari. Mi piace renderli estranei al loro contesto abituale, che sia triste o meno, facendo sì che assumano una valenza propria.

Ho letto in più di un punto del tuo assoluto rispetto per la fotografia. Cosa intendi?
La fotografia dà tante informazioni e di per sé è ambigua. L'ampia diffusione, inoltre, di immagini, legata a Internet e alla tecnologia digitale, conduce a una quantità di scatti smisurata. Dal mio punto di vista quindi, il rispetto sta nella capacità di scattare il giusto, di fotografare solo ciò che effettivamente serve. Per me è importante avere un progetto definito e ritrarre soggetti coerenti con il suo significato. Troppo spesso invece si scatta senza avere in mente un'idea chiara di ciò che si sta facendo. E, nel mio caso, se una foto non mi piace, la scarto immediatamente, non la utilizzo a ogni costo.
Mi spiego meglio: mi capita spesso di osservare i miei allievi e di notare come questi scattino migliaia di fotografie per poi cercare un tema che le rappresenti tutte. Per me invece funziona al contrario: si parte con un tema e si cercano i soggetti, anche pochi, in grado di esprimerlo al meglio.

Spesso i fotografi di reportage si occupano anche di fotografia di matrimonio. C'è un legame fra i due mondi?
A me piace moltissimo fare fotografia di matrimonio perché, appunto, la intendo allo stesso modo del reportage. Anche in questo caso, però, ho un approccio del tutto diverso da quello tradizionale. Non mi piace infatti gestire le pose, dare suggerimenti, chiedere agli sposi di voltarsi, di farsi più in qua o più in là. Cerco, al contrario, di essere una presenza discreta, quasi invisibile.
E per essere chiari, mi spiego subito con gli stessi, descrivendo il mio modo di lavorare e avvisando sull'eventualità che alcuni invitati potrebbero involontariamente restare esclusi dalle mie composizioni. Con queste premesse, il legame fra reportage di viaggio e matrimonio esiste.

Perché tecniche miste? La fotografia non basta a sé stessa?
Si tratta di un esperimento che ho provato soprattutto agli inizi. Volevo infatti che in ognuno di questi lavori, quelli appunto ottenuti con le tecniche miste, ci fosse una mia impronta, qualcosa di fortemente personale. E devo dire che sono piaciuti molto. Il primo premio che ho vinto nella mia carriera, ottenuto al Toscana Foto Festival, riguardava appunto opere ottenute mediante emulsioni, ossia speciali fotografie ricavate spalmando un'emulsione fotosensibile su un cartoncino per acquerello. Come vedi, a me piace molto ingegnarmi e trovare soluzioni nuove e insolite. Il reportage non è stato quindi il mio punto di partenza.

Quanto è difficile il tuo mestiere oggi? E se lo è di più rispetto al passato...
E' un lavoro difficile e per vivere di solo reportage ci vuole tanto, ma tanto impegno. Oggi più di ieri. La diffusione dei mezzi, delle macchine fotografiche, dei telefonini in grado di registrare filmati, sottrae lavoro a chi invece vorrebbe fare il mestiere a tempo pieno. Capita sempre più spesso che chi si trova ad assistere a un evento, riprendendolo con il proprio telefonico, ceda poi a un giornale il girato anche in cambio di niente. Solo, quindi, per godersi il suo breve momento di gloria. Manca inoltre una regolamentazione a riguardo.

Una domanda al contrario! Il luogo che ti è piaciuto meno e perché?
Ho sempre trovato cose interessanti nei vari luoghi che ho visitato. E se mi è capitato di provare poco interesse per un posto, è stato solo perché prima di partire non mi ero documentata bene a riguardo. E' importante avere gli occhi pronti per guardare. In India, per esempio, la prima volta che ci sono stata, mi sono scontrata con una realtà completamente diversa da quella che avevo immaginato e facevo molta fatica a capirla. Oggi, sono molto più preparata e infatti ci torno quest'anno per consolidare me stessa e la percezione che ho di quella terra. Forse... i paesi baltici mi sono piaciuti meno in quanto freddi, un po' metafisici.

Perché Nikon e se hai mai pensato di cambiare?
Nikon da sempre e non ho mai pensato di cambiare. Mi sono sempre trovata bene, sin dalla mia prima F3. Oggi possiedo due D90 molto vissute, due vere compagne di viaggio alle quali sono affezionata. Farei quindi molta fatica a sostituirle, dal punto di vista affettivo intendo. Hanno visto tutto quello che ho visto io in giro per il mondo. Probabilmente comprerò una D700 o il modello che a breve andrà a rimpiazzarla. Quando fai fotografia di reportage e ti sposti per otto, nove ore al giorno con la fotocamera in mano, devi anche puntare a qualcosa che non sia troppo pesante e ingombrante.

Un'ottica Nikkor per te insostituibile nella realizzazione di un reportage...
Amo le ottiche corte, per cui ti direi l'attuale AF-S Nikkor 17-55mm f/2.8G IF-ED DX. Non uso mai le focali lunghe.

E quando un soggetto è lontano come fai?
Corro, mi avvicino fino a quando non riesco a fotografarlo a modo mio. Non mi piace l'idea di restare lontana e di avvicinarmi virtualmente grazie a un teleobiettivo.

Nelle tue immagini si nota spesso il mosso. Perché?
Direi che è evidente soprattutto nel portfolio “Oceano India”. E' stata una scelta legata alla sensazione che ho provato sul posto. Il disordine visivo con cui mi sono scontrata, dovuto alla moltitudine di gente che si spostava in modo caotico, schiacciandosi qua e là, mi ha indotto a scattare in quel modo, quasi a creare delle panoramiche. Ho immaginato infatti che quelle fotografie potessero essere curvate a formare una semi-circonferenza, fino ad avvolgere l'osservatore e a creare in lui la stessa sensazione di tridimensionalità che provavo io durante le riprese.

Due aggettivi che descrivano la tua fotografia?
Non è facile rispondere a questa domanda. Ritengo, dunque, che la mia fotografia sia libera, per tutto quello che ci siamo detti finora e perché voglio che la fotografia mi accompagni senza darmi troppa apprensione, dall'inizio fino alla fine. Un secondo aggettivo mi sfugge. Spero solo che qualcuno abbia voglia di guardarla.

C'è un messaggio che comunichi con difficoltà ai tuoi allievi?
Credo che i giovani facciano fatica a comprendere due punti: l'importanza di avere un progetto chiaro in mente, da cui deriva la necessità di raccontare qualcosa attraverso le immagini, e, in secondo luogo, la difficoltà di distinguere una bella fotografia da un bel soggetto. Molto spesso, non riescono a slegare le due cose, credendo che un bel soggetto renda automaticamente bella la fotografia. Niente di più sbagliato.

In questo momento dove vorresti essere?
Esattamente dove sono. Sto bene più o meno ovunque. Se invece potessi partire per un reportage, acquisterei subito un biglietto per la Mongolia.