Oggi generalmente si va in un posto per vedere cose di
cui si conosce già l'esistenza tramite libri, televisione
o altri mezzi d'informazione, che spesso forniscono immagini
volutamente forzate o parziali.
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Lo sguardo del turista è
costruito sulla base di segni in parte precostituiti. Spesso
il turista si interessa di una cosa in riferimento a se
stesso e in particolare al suo immaginario. Se vede due
persone che si baciano a
Parigi è portato a pensare alla "Parigi romantica
e senza tempo", così come si va in cerca del
tipico comportamento italiano, del vero pub inglese o dell'autentico
mercato africano.
La natura delle percezioni dei turisti è spesso collettiva
e dipende da diverse proposte messe in atto da professionisti
della comunicazione come fotografi, scrittori di
viaggio e tour operator. Inoltre, a differenza del viaggiatore
romantico, che cercava la solitudine per godere l'esperienza
di un luogo nuovo, oggi la maggior parte dei turisti viaggia
in gruppo. Lo sguardo collettivo,
al contrario di quello solitario dei romantici, induce convivialità.
L'esperienza vissuta in un luogo
diventa pertanto un processo condiviso di consumo visuale.
Un consumo che spesso si basa su elementi precodificati.
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Infatti l'immagine visiva dei luoghi, che dà forma
e significato alla preparazione, e all'esperienza del viaggio,
risulta spesso evocata da altre immagini particolari viste
in precedenza. Ma il turista, una volta partito, da consumatore
diventa anch'egli produttore di immagini
a uso e consumo suo e altrui e queste immagini non solo
danno forma al viaggio, nel senso che diventano la ragione
per fermarsi a scattare fotografie, ma contribuiscono a
perpetuare quel modello stereotipo che già aveva
indotto al viaggio.
John Urry, nel suo splendido libro The Tourist Gaze, mette
in evidenza come la fotografia sia stata fondamentale per
la nascita di quello che lui chiama lo sguardo del turista.
Fotografare è un modo per appropriarsi
di un oggetto, o di uno spazio. Inoltre la fotografia sviluppa
la documentarizzazione delle esperienze umane e accade che
ogni persona fotografata diventi uguale alle altre. In molti
casi queste persone perdono la loro "personalità"
per diventare più simili a monumenti che a esseri
umani e la loro cultura diventa "patrimonio culturale".
Da fattore dinamico in continuo mutamento, la cultura
assume così uno status burocratizzato, bloccato all'interno
dei parametri scritti che la definiscono.
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Prendiamo il caso della regione dogon, in Mali. Dal 1989
la falaise di Bandiagara fa parte del patrimonio mondiale
tutelato dall'Unesco con la denominazione di "Sanctuaire
Naturel et Culturel de la Falaise de Bandiagara". La
conseguente istituzionalizzazione del patrimonio
culturale dogon per mano dell'Unesco, solitamente avvezza
a porre il suo sigillo su monumenti piuttosto che su popolazioni
umane, contribuisce in modo determinante a determinare una
cristallizzazione della cultura
dogon, trattandola come se fosse un bene archeologico da
conservare immutato nel tempo. La falaise di Bandiagara
è diventata, secondo la definizione fornita dall'Unesco
stessa, un "paesaggio culturale". Per la precisione
viene classificata come "paesaggio evolutivo",
una definizione che comprende: 1) i paesaggi
reliquie o fossili che testimoniano uno sviluppo anteriore
di civilizzazione e recano le tracce di elementi ancora
fortemente percettibili; 2) i paesaggi viventi, che conservano
un ruolo sociale attivo associato al modo di vita tradizionale,
in società contemporanee.
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Poiché l'azione dell'Unesco si traduce inevitabilmente
(è uno dei fini che si propone) in un richiamo
turistico e il turismo viene visto come una delle
possibili risorse per questa regione colpita da un esodo
continuo e costante, i dogon si trovano dunque a diventare,
agli occhi dei turisti, "cosmogonisti"
per forza e per convenienza e pertanto investono su questo
aspetto della loro cultura. Ecco allora che letteratura
e iconografia turistica propongono una determinata immagine
dei dogon alla quale essi - o meglio quella parte di essi
che viene a contatto con i turisti - si adeguano, proponendosi
proprio come li si vuole dall'esterno
e rischiando alla fine di creare un effetto "presepio
vivente".
In un interessante saggio Carol Crawshaw e John Urry ripercorrono
le teorie di Foucault relative alla creazione delle cliniche,
le quali hanno istituzionalizzato, reso esclusivo e visibile
il sapere medico, così come le prigioni rappresentano
visivamente la dimensione ottico-spaziale del controllo
del potere sull'individuo. Gli autori concludono che la
pratica del turismo, in particolare quello "fotografico",
può indurre a un processo equivalente a quello della
sorveglianza di individui messi a forza dietro le sbarre.
Le "sbarre" in questo caso possono essere una
macchina fotografica, dei costumi
etnici o dei luoghi particolarmente pittoreschi.
In ogni caso si pensa che i visitatori abbiano occhi onniveggenti
capaci di identificare le persone autentiche e i costumi
locali.
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Lo sguardo del turista è costruito sui segni
e il turismo stesso in fondo sviluppa la collezione di segni,
ma quali? Essendo, come si è detto, il turista portato
a valutare ogni cosa in riferimento al suo immaginario,
accade che la sua estetica si proietti sul nativo. Questo
è particolarmente nella pratica fotografica il cui
fine non è solo quello di testimoniare che noi siamo
davvero stati là, ma soprattutto quello di raccontare
in che modo ci siamo stati. Il viaggiatore tende a costruire
la sua memoria attraverso le foto che scatta. La fotografia
è selettiva e riproduce la volontà
di mostrare ad altri ciò che noi abbiamo voluto vedere.
Le proiezioni di diapositive al ritorno dei viaggi sono
diventate ormai un rito a cui i viaggiatori e gli amici
dei viaggiatori si sottopongono inevitabilmente.
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La fotografia non è solo un mezzo per rievocare
esperienza vissute, ma consente soprattutto di dare vita
a una nuova socialità, a nuove gerarchie. L'essere
stati là fa parte di una sorta di processo di iniziazione
e la foto è una sorta di prova,
che legittima chi l'ha scattata nel suo status di viaggiatore.
La riunione con gli amici e la proiezione di diapositive
sono così diventate riunioni
rituali e i racconti di commento alle immagini una nuova
forma di affabulazione. Infatti, a casa le immagini si intrecciano
con i racconti del viaggio ed è così che si
produce la memoria.
Appurato il piacere che ci dà mostrare le nostre
foto, ritorniamo per un istante
ai terreni dove queste foto sono state scattate. E in particolare
ai volti e ai corpi che abbiamo fissato in un rettangolino
di 24 per 36 millimetri. Quante volte si è parlato,
dialogato con quelli che contraddittoriamente vengono chiamati
"soggetti" delle
fotografie, mentre invece ne sono gli oggetti.
Forse, e mi metto tra coloro che hanno scattato molte foto
nei loro viaggi, ci accorgeremmo che in molti casi quelle
persone non le abbiamo neppure salutate, non ne conosciamo
il nome, figuriamoci la storia.
Ci si presenta in un villaggio, in un'abitazione, a una
cerimonia nascosti dietro le nostre macchine fotografiche
e si scatta. E ciò che vediamo lo pensiamo già
in funzione dell'immagine che vorremmo trarne. Per questo
scegliamo l'obbiettivo adatto
e l'angolatura migliore. Là
dietro, in fondo alla figura nel mirino, l'individuo inquadrato
diventa un'immagine dell'individuo. Perde la sua personalità
per acquistare quella che il fotografo intende assegnargli:
mistico, esotico, pittoresco, selvaggio, ma soprattutto
statico. Infatti, il turista,
sostiene Todorov, preferisce l'immagine al linguaggio,
in quanto l'apparecchio fotografico gli permette di oggettivare
e immortalare la sua collezione
di monumenti.
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Questo approccio fotografico finisce per spersonalizzare
inevitabilmente il rapporto tra fotografo e fotografato,
innescando spesso dinamiche di tipo commerciale (i nativi
che chiedono soldi per essere fotografati) che suscitano
talvolta sentimenti di indignazione nei turisti.
Fotografare qualcuno o qualcosa significa reputarlo interessante,
magari bello, non "normale". Ecco il problema
di fondo: scegliendo un individuo come soggetto della nostra
fotografia lo allontaniamo inevitabilmente da noi e lo trasformiamo
in simbolo. Ne esaltiamo le
differenze, stendendo un velo sulle similitudini. Più
è diverso, più ci sembra interessante. Creando
questo "altro da noi", il nostro nativo diventa
l'icona di un evento che concentra
sensazioni e bisogni nostri, perlopiù estranei al
suo essere.
Un proverbio africano dice che lo straniero vede
solo ciò che già conosce. Affermazione quanto
mai vera nel caso di molti turisti-fotografi. Quante volte,
nelle proiezioni di amici reduci da un viaggio in un paese
"esotico", abbiamo visto immagini di gente stracciata,
vestita all'occidentale o seduta davanti alla televisione
intenta a guardare onnipresenti telenovelas? Le fotografie
che vediamo (e scattiamo) assomigliano molto di più
a quelle viste sui cataloghi
che abbiamo sfogliato prima di partire.
Per dirla con Crawshaw e Urry, il turismo induce memoria
e in un certo modo si appropria della memoria di altri.
Così molte delle immagini che consumiamo visivamente
sono in realtà il ricordo fissato nella memoria
di altri che successivamente viene consumato da noi.
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