Atmosfere e alchimie sul Tetto del Mondo

Testo di Silvia Dellarocca e Paolo Pucci - Foto di Michele Dalla Palma
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Da quando mi hanno guardato per la prima volta, più di 25 anni fa, gli occhi del Buddha di Tikse accompagnano i miei pensieri. Vivi. Inquieti.
Raccontano i misteri dell'anima, accompagnano in una dimensione misteriosa chiunque si lasci sedurre dal suo sguardo ipnotico.
Michele Dalla Palma, Monastero di Tikse, Ladakh - luglio 2007

Alba sul tetto del mondo
Il Piccolo Tibet. Luogo sospeso tra passato e presente, in cui sacro e profano si intrecciano in una quotidianità disarmante e dove cielo e terra sembrano sfiorarsi in un'immobile armonia.
Ultima Shangri-La, terra magica fra sogno e realtà, dove è ancora possibile scoprire il significato profondo della parola "esistere".
Dal finestrino dell'aereo che da Delhi vola verso la capitale del Ladakh, le alte vette della catena himalayana e i suoi eterni ghiacciai appaiono e scompaiono fra le nuvole come in un'illusione.
Sono le stesse sconfinate vette che i poeti indiani definirono "i denti della Terra protesa a baciare amorosa il cielo che l'ammanta e riscalda".
Poi l'aereo scende di quota, le nuvole si dissolvono e un nuovo scenario si apre intorno a noi: voliamo fra ardite pareti di rocce frastagliate mentre la luce del mattino le colora a tratti di ocra. La discesa verso la piccola pista di atterraggio sembra una danza acrobatica che ad ogni movimento pare sfiorare rocce impervie e maestose.
Sotto di noi la valle dell'Indo, e la piccola verde oasi di Leh… atterriamo a 3.505 metri di altitudine, l'aeroporto civile più alto del mondo!

Il primo respiro ci offre, violentemente, la forza di questa terra sconosciuta: un respiro che è sensazione corporea tangibile e profonda. L'aria rarefatta e pungente del mattino entra a fatica nei polmoni, e poi invade il corpo. Lo ascolto, quel filo d'aria, che scorre fuori e dentro di me.
E respiro dopo respiro, sguardo dopo sguardo, inizia questo viaggio attraverso la magica terra degli alti passi, che nasconde la sua preziosa anima buddista, i suoi monasteri disseminati fra le rocce e l'indissolubile legame storico e culturale con il Tibet. Di cui conserva, quasi intatte, culture, tradizioni e magie che ad est sono ormai quasi scomparse, devastate dall'assalto cinese. (Silvia Della Rocca)

Mulini di preghiera nella valle dell'Indo
Un vecchio, pelle di rame, occhi persi e tagliati dal vento, biascica parole sacre: un mantra diventato cantilena e filo di voce che accompagna i lenti passi, mentre la mano spinge il grande mulino rosso e oro girando al suo fianco, secondo il verso voluto dalla tradizione.
Poi se ne va, riprendendo la sua strada in salita, ma il mulino continua a girare regalando preghiere alla sua assenza.
Il fiume Indo corre verso sud lungo l'immensa valle di pietra riarsa, montagne dalle cime aguzze ne difendono i confini addentando il cielo di un azzurro elettrico. La luce, sempre estrema, fa strizzare gli occhi, fissa in modo definito i profili, li rende presenti ovunque.
Il paesaggio, di una bellezza arcaica, non regala pace e incombe sulla presenza umana con la sua forza primordiale. Le maschere mostruose, dallo sguardo inquisitore, usate nei riti religiosi che sono sempre danza, riprendono i colori infuocati di questa terra.
Facile credere agli spiriti immanenti nei letti dei fiumi impetuosi e pieni di gorghi, nei cumuli di pietra schiacciati dal sole, nella purezza dei ghiacciai eterni isolati dalla loro regale altezza.
La pace esiste, al di sopra di tutto, la guardi da lontano sulle vette irraggiungibili degli Ottomila.
(Paolo Pucci)

Leh, capitale fra due mondi
Il Ladakh è rimasto per secoli una terra sconosciuta, protetta da catene di montagne invalicabili, e la sua capitale - dominata dal castello del re, arroccato tra le rocce brune come un piccolo "Potala", la grande reggia di Lhasa di cui riprende stile, architetture e colori - un luogo leggendario, dal nome misterioso e secco come il vento degli altipiani: Leh.

Passeggiando fra i suoi vicoli, pregni di odori e atmosfere esotiche, si impara a percepire l'anima di questo paese.
Da mezzo secolo questo territorio, rimasto per millenni isolato e lontano dai rumori del mondo, è conteso fra India, Pakistan e Cina; solo nel 1974 la regione è stata aperta al turismo e da una decina d'anni una strada ha collegato Leh a Manali.

Ovunque i segni inevitabili di questo cambiamento: ad ogni angolo piccoli alberghi in costruzione, negozi di artigianato locale che mischiano autentici pezzi d'arte e antiquariato a cineserie, mentre i vestiti tradizionali lasciano il posto a jeans e t-shirt.
Ma allontanandosi dalle due vie centrali, la cittadina mostra ancora la sua anima autentica, e scopro i forni che preparano il rott, le botteghe che lavorano il legno, i laboratori di artigiani e le donne sui bordi dei marciapiedi che vendono frutta e ortaggi. Il profumo dell'incenso e i rumori di una quotidianità che non vuole cambiare, indifferente ai rumori del mondo.

Ma, osservando l'orizzonte infinito o il mondo che si racconta immediato davanti agli occhi, lo sguardo scopre, su ogni tetto come su ogni sperone di roccia, i rossigialliverdiblu delle bandierine di preghiera buddiste. Chorten di pietra disseminati fra le stradine rassicurano emozioni e pensieri: lo spirito autentico del Tibet esiste ancora, forte e fiero come un fiore di loto incastonato fra le maestose catene del Karakorum e dell'Himalaya.
(Silvia Dellarocca)

L'anima del Piccolo Tibet
Sono loro i protagonisti silenziosi del Ladakh: i monasteri, o gompa, cuori pulsanti del buddhismo tantrico Vajrayana, religione naturale essenzialmente iniziatica ed esoterica, risalente a oltre 15 mila anni fa.
Abbarbicati tra impervie montagne sembrano sfidare spazio e tempo, lottando contro il loro stesso progressivo spopolamento: si aggrappano alle rocce per tenere viva la loro spiritualità e allontanare il violento contrasto coi campi militari che disegnano di inquietudine il paesaggio ai loro piedi.

Oltre ai contrasti dei paesaggi, altri contrasti prendono forma: gli occhi magnetici delle statue del Buddha; gli sguardi infiniti e profondi dei monaci si confondono con quelli impenetrabili dei soldati; il silenzio dei monasteri fa eco al rumore dei camion militari che a valle avanzano lenti.
Ma l'energia misteriosa dei gompa ancora prevale, col suono dei mantra ripetuti all'infinito, coi gesti armoniosi dei mudra e col lento girare delle ruote della vita, e attraggono chi sa percepire la spiritualità più autentica, celata spesso dietro apparenti contraddizioni.
(Silvia Dellarocca)

Verso Lamayuru
"La bellezza del Tibet è forte, elementare, sublime; non concede nulla; vorrei dire che non perdona. Due degli spettacoli più grandiosi della natura – deserti e ghiacciai – sono qui a contatto. Il deserto sale, fuoco e colore, a spegnersi sotto il ghiacciaio; il ghiacciaio scende, gelo e luce, a ingioiellare le pietre. All'incontro un anello di verde; l'acqua fa fiorire la solitudine"... così racconta Fosco Maraini, in "Segreto Tibet", gli scenari che mi scorrono davanti agli occhi.

L'ardita strada sterrata che porta al monastero di Lamayuru avanza tortuosa graffiando i fianchi delle montagne della valle nordoccidentale dell'Indo. Si passa dove la montagna lascia passare, nell'equilibrio instabile di massi incastrati gli uni agli altri, testimonianza di immensi sconvolgimenti. Ogni tornante è una richiesta di permesso. Qui le vie hanno vita a intermittenza. Ogni inverno la natura si riprende tutto ciò che ha concesso durante l'estate e il ghiaccio rende impraticabile ogni passaggio. Chi vuole o deve arrivare in questi luoghi da novembre ad aprile potrà farlo, ma sarà scontro ad ogni passo, forza di gambe e fiducia in animali fidati, gli yak, capaci di passare dove nessun altro quadrupede oserebbe avventurarsi. Avanzando verso il monastero quella che prima era una valle diventa una profonda gola di rocce arenarie, lunghissimi e ripidi ravaneti sembrano gettarsi in cerca di acqua verso il fiume impetuoso che corre nel fondo del canyon. Descrivere questi luoghi non è possibile, si pensi allora ad un mondo primordiale dalle dimensioni eroiche dove titani di roccia in attrito millenario non hanno mai smesso un secondo di lottare, di scontrarsi, di compenetrarsi, di accavallarsi l'un l'altro mescolando i propri colori in una ostinata e comune ribellione alla forza di gravità. I sedimenti rocciosi lungo le pareti dei monti compiono gli stessi vorticosi mulinelli dell'acqua nei fiumi, trasformati in sabbia perchè nell'eterna lotta hanno dimenticato di essere fatti di pietra.
(Paolo Pucci)

Magiche atmosfere
Nel cuore e nella mente restano indelebili le immagini delle danze sacre dei monaci durante un festival nel monastero di Phyang, la sensazione del tempo che si ferma fra le mura di Hemis, il gompa definito "il luogo solitario del compassionevole", i panorami senza fine che si possono ammirare dal tetto del palazzo reale di Shey, e lo sguardo più magnetico mai incontrato: quello della statua del Buddha Maitreja, il Buddha del futuro, custodito a Tiksey: occhi capaci di svelare le dimensioni di un altro mondo, oltre il velo di Maya.
E sempre a Tiksey, uno dei monasteri più grandi del Ladakh, risuonano le voci spensierate dei monaci bambini appena usciti da una lezione, che si contrappongono al silenzio tangibile di Thag – Thok, piccolo gompa addossato alla montagna.
E poi ancora i dipinti murali, le sculture lignee e la perfezione dei mandala di Alchi, il senso di infinito, di magico contatto con l'assoluto che ti regala Lamayuru, il più antico monastero del Piccolo Tibet, incastonato fra le rocce a 3950 metri, e l'energia che trasmettono i man tang, lunghi muri di preghiera fatti di pietre dalle molteplici forme sulle quali i fedeli incidono il mantraOm mani padme hom.
(Silvia Dellarocca)

I bambini monaci di Thikse
Il villaggio di Thikse, arrampicato su uno sperone di roccia, sembra esserne la sua naturale continuazione. Qui la natura non si fa dominare e al massimo permette un voluto pareggio. Le case bianche, intonacate in modo grezzo, sono ruvide come la pelle degli abitanti. Quasi nascosta, alla fine di una buia galleria si trova la piccola scuola del paese. In Ladakh l'istruzione dei ragazzi viene svolta dai monaci buddisti e, durante le lezioni, le normali materie si fondono ai concetti religiosi. Anche se qui le divise scolastiche sono sostituite dalle tipiche tonache rosse che caratterizzano il credo buddista, il momento della ricreazione è uguale ovunque. I bambini monaci di Tiksey cominciano a correre gridare e ridere alzandosi le vesti per andare più veloce e non inciampare. Forse la cosa più bella del buddismo è proprio questa: non ci sono divisioni, gli abiti religiosi non indicano un mondo separato, chiuso, lontano e vengono usati per andare al mercato, per aspettare l'autobus, per essere tirati se il bambino davanti non si lascia prendere dall'amico; è la religione di tutti i giorni, una religione nella vita.
(Paolo Pucci)

Terra di magie e contrasti
E' lasciando Leh e avventurandosi fra le valli e le montagne più isolate che il Ladakh mostra la sua anima più autentica, la sua magia e tutte le sue disarmanti contraddizioni.
Percorrendo con i fuoristrada le impervie stradine che si inerpicano fra le ampie valli solcate dalle acque dell'Indo, ad ogni curva si scopre uno scenario differente: bagliori di luce accecante si riflettono sulle rocce modellando le loro sagome, mentre il vento gioca con le nuvole di polvere; oasi rigogliose si alternano a vallate brulle e sconfinate, castelli di rocce a distese luminose di orzo e colza, regalando contrasti cromatici inaspettati.
Giganti di arenaria levigati dal vento e paesaggi lunari si susseguono in un caleidoscopio di forme e colori che sorprende e affascina.

Fra spazi sconfinati e profondi canyon, si raggiunge il Khardung La, il passo carrozzabile più alto del mondo a 5603 metri. Fili di Bandierine tibetane avvolgono rocce e lembi di ghiaccio, lasciando che il vento porti le preghiere lontano, oltre l'orizzonte, dove fieri si stagliano i giganti del Karakorum: Nanga Parbat, K2, Broad Peak, Gasherbrun, protesi verso il cielo, violentemente azzurro.
Gli elementi primordiali, Acqua, Aria, Terra e Fuoco, giocano fra loro creando scenografie naturali di incommensurabile bellezza, intensa e violenta, sempre estrema.

Attraverso i suoi contrasti il Ladakh sembra svelare l'Anima del Mondo, dando forma alle più spettacolari manifestazioni della Madre Terra.
Sono le montagne a regnare padrone, e qui si può percepirne l'anima e riconoscere le loro differenti personalità e forme, che divengono a tratti volti rugosi di vecchi saggi, braccia possenti e schiene levigate di donne che sembrano sorreggere il mondo.
Sono vive, qui, le montagne, e il vento diffonde le loro parole e i loro pensieri: racconti millenari che si perdono nel baratro del tempo, per chi sa ascoltare.

Qui si delinea la sensazione sempre più tangibile che proprio nel cuore di questi antichi giganti possa celarsi davvero l'ultima Shangri La, il paradiso della luce, la città sacra per i buddisti tibetani, dove l'armonia regna padrona nell'eterno presente.
(Silvia Dellarocca)

La valle di Nubra
Oltre il Khardung La si svela Nubra, immensa vallata fino a pochi anni fa inaccessibile per motivi di carattere militare. La presenza di differenti componenti minerali nelle rocce arenaria di questo luogo crea un paesaggio lunare dai multiformi colori. Lunghissime dorsali rocciose sembrano confluire in un unico punto perdendosi lungo la linea dell'orizzonte. A sprazzi oasi di vegetazione verdissima, come pietre di giada incastonate in maschere di rame, colmano i vuoti lasciati dai sassi.

A quanto ho avuto impressione di vedere negli sguardi disarmanti e nei semplici sorrisi, questo popolo in generale non ha in se il seme della violenza, stonano allora i numerosi campi militari che si incontrano durante il tragitto. Presidi del nulla, innalzano reti metalliche e filo spinato per chiudersi nella già chiusissima Nubra, a difesa di linee tracciate sulla carta che sembra impossibile rintracciare nel mare di sabbia. Ma qui si scontrano interessi che ignorano la logica: verso ovest, dove la valle sembra finire addosso alla montagna, il Karakorum Pass è il punto di scontro tra l'esercito pakistano e l'India, lontana anniluce da questi luoghi, mentre sui crinali settentrionali che incombono sulla fondovalle è già Cina...

Indifferente a queste misere illusioni di onnipontenza degli uomini, Diskit Gompa, arrampicato su di un costone di roccia, è il monastero-guardiano della fede buddista di questo luogo; un vecchio monaco prega solitario guardando l'immensa valle. Inginocchiato su una piccola e polverosa stuoia rossa snocciola tra le mani una sorta di rosario. Il suo sguardo perso all'orizzonte sembra ancora stupito.
(Paolo Pucci)

Verso il lago Tzo Moriri
Lungo la strada che porta al lago Tzo Moriri incontriamo un'umanità vestita a festa aspettare il passaggio di un Lama in pellegrinaggio; le donne indossano lunghi abiti adornati di pietre, e sulla testa il perak, prezioso e caratteristico copricapo decorato da coralli e turchesi. Collane di perle di fiume intrecciate, rubini dai vari colori, coralli, ambre. Mani, ricoperte da anelli in argento o oro dove spiccano agate dalle venature bianche e nere. Monili che esaltano la forza grezza delle pietre, "frutto della terra".
Così ben vestite, alle donne piace farsi fotografare mostrando insieme ai loro tesori quell'aspetto di vanità femminile che non diresti possibile in una natura così dura, a volte quasi ostile.

Sotto le tende ricoperte di tappeti offrono quello che hanno: latte e burro, biscotti e odori. Nascosti ma traditi dai loro occhi furtivi e curiosi, si nascondono i veri tesori di questa gente: i figli.
L'attesa può durare giorni, e in questo rito si concretizzano i principi buddisti del donare con gioia e del saper attendere.
Mentre l'ombra della sera si allunga sull'orizzonte mi avvicino a un anziano monaco chiedendo notizie sull'arrivo del Lama, e in un inaspettato inglese mi risponde con troppa fiducia che arriverà per le otto di sera.
Lungo la piana del lago domina ancora la luce del sole, il silenzio sconfinato è rotto da colpi di vento che portano l'aria fredda della notte.
"Il Lama arriverà alle otto" mi ripete sorridendo.
(Paolo Pucci)

Cosa resta di un viaggio nell'anima segreta del Mondo
Il ricordo, indelebile, di uomini con la pelle bruciata dal vento e dal sole che ancora vivono nel loro microcosmo, dove l'orizzonte disegnato dalle montagne corrisponde ai confini del mondo. Un mondo fatto di piccoli villaggi, una manciata di case e gente sorridente, donne vestite di tradizioni, ornate di monili d'argento e grotteschi copricapi costellati di turchesi. Un mondo fatto di gesti lenti e quotidiane ritualità come lo scorrere fra le dita delle japamala, le collane di preghiera buddiste.
E nei pensieri, col suono del vento, il ritmo inconfondibile di un saluto gioioso e armonioso: "Joule Joule"…
(Silvia Dellarocca)

Sguardi. Quanta umanità in uno sguardo, quanta vita, e tracce di tradizioni, di colori sgargianti portati addosso, di distanze incolmabili ma di insuperabili pazienze, di terra povera, di schiene curve con la zappa in mano, di sorrisi sinceri, di stupori con niente, di tranquillità diffusa, di lunghi canti, di fede unita a festa, di copricapo di pietre preziose, di mani tese per fame e per sete, di aquiloni di cartapesta con bracieri infuocati a centinaia nel cielo.
(Paolo Pucci)