Chi
ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché
la si ama. E' sporca, è povera, è
infetta; a volte è ladra e bugiarda,
spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente.
Eppure, una volta incontrata non se ne può
fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma
così è l'amore: istintivo, inspiegabile,
disinteressato. […] In India si pensano
altri pensieri.
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra
(Longanesi, 2004) |
L'India è l'India! Difficilmente si riesce
a descrivere, difficilmente
si racconta, difficilmente
si immagina, forse solo
con la fotografia si
può dare un assaggio di ciò che questo
Paese è! Molti hanno scritto sull'India, ma
quando confronti ciò che hai letto con la realtà
ti accorgi che manca sempre qualcosa. L'India è
emozione e, come ogni
sentimento, intimamente personale.
A qualcuno trasmette gioia, fascino, stupore, meraviglia,
spiritualità. Ad altri, pur muovendosi tra
la stessa gente, tra le stesse case, nelle stesse
feste, negli stessi luoghi, provoca dolore, rifiuto,
ansia, voglia di tornare nella propria terra, voglia,
quasi, di scappare. Ma va bene così, perché
l'India è tutto e il
suo contrario, è l'eterna lotta tra
il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra
lo yin e lo yang, tra il positivo e il negativo…
L'India, in qualsiasi modo la vivete, non
lascia indifferenti, incide sempre un segno
indelebile nelle coscienze di ognuno.
Questa ampia premessa è necessaria per introdurre
l'ultimo mio viaggio
della Nikon School Travel e per far
capire che chi visita l'India non può farlo
con l'animo del turista né tantomeno con lo
sguardo relazionale dell'Occidente perché,
vissuta in questa prospettiva, l'India lascerebbe
una visione superficiale di sé con un impatto
emotivo sbagliato. Chi visita l'India deve prima di
tutto comprenderne la storia,
la religione, lo stato
sociale, la cultura;
deve calarsi in una dimensione nuova, totalmente diversa
dai ritmi e dalla quotidianità della nostra
civiltà. Solo allora inizierà a capire
e forse anche ad accettare quello che di profondo
questo Paese riesce ad esprimere. Forse riuscirà
a cogliere quella spiritualità che permea ogni
azione, ogni gesto, ogni comportamento: dal pastore
del Rajastan al commerciante di Bombay, dal pescatore
del Kerala al maharaja di Jaipur.
E, con occhi diversi, il viaggio ha inizio.
Dopo alcuni giorni di permanenza a Benares,
la città sacra agli induisti costruita sulla
riva occidentale del Gange, ritorno a Delhi
dove mi preparo ad accogliere il gruppo partito dall'Italia
e, se il buongiorno si vede dal mattino, il primo
impatto coi partecipanti – 10 nikonisti doc
e una ragazza con una vecchia Ricoh - mi fa capire
che non dovrebbero esserci particolari problemi di
"socializzazione". Zaini fotografici, cavalletti,
monopiedi, obiettivi dal 14mm al 300mm, macchine amatoriali
e professionali, digitali e analogiche, compatte e
reflex, abbiamo, nell'insieme, un'attrezzatura
da far invidia al più fornito negozio
di fotografia! Per alcuni, pur non essendo dei professionisti,
la fotografia è molto più che un hobby,
che una passione: è un
modo di viaggiare! Sì perché
il fotografo che si muove ha dei ritmi diversi rispetto
al semplice viaggiatore; ha una visione del mondo
filtrata dall'obiettivo della macchina fotografica;
ha delle esigenze che, chi non fotografa, difficilmente
comprende. E così, io che credevo di avere
dei problemi nel proporre sveglie mattutine all'alba,
mi ritrovo a "strappare" una mezz'ora di
sonno in più posticipando la partenza dalle
4,30 alle 5; per non parlare del clou del viaggio,
il Kumbh Mela di Ujian, dove eravamo
in campo già dalle 1 del mattino. Sì
il Kumbh Mela, ossia la Grande
Festa, era la meta tanto desiderata di questo
viaggio, l'evento attorno al quale è stato
costruito l'intero itinerario. Ma la strada da percorrere
è stata lunga, ricca però di incontri
e situazioni molto interessanti. Il Taj
Mahal di Agra; la fortezza e i Buddha scolpiti
nella roccia di Gwailor; il piccolo
villaggio di Datia su cui domina
lo splendido forte e dove incontriamo alcune donne
che rientrano dal lavoro nei campi con delle fascine
di legna portate con estrema eleganza sulla testa;
i cenotafi lungo il fiume che bagna Orchha
dove, come per magia, echeggia, al sorgere del sole,
il canto illuminato di uno yogi che ringrazia il suo
Dio al ritmo di un vecchio strumento a corda. Già
ognuna di queste immagini merita il viaggio. Pur avendo
portato molti rotolini – dai 100 di Franco ai
35 di Angela - , si comincia a fare i conti su quanti
ne sono stati già fatti e a controllare gli
scatti.
Il viaggio prosegue e il pullman che ci accompagna
alla stazione del treno verso Bhopal
è l'occasione giusta per discutere di bracketing
piuttosto che di matrix, dell'utilizzo del flash in
rear piuttosto che di composizione fotografica. Nascono
dibattiti sulle qualità delle pellicole, sulla
saturazione di una Velvia piuttosto che sui "rossi"
di una Ekta VS, mentre ognuno riporta le proprie esperienze
sull'utilizzo dei nuovi obiettivi e sulle modalità
di lettura della luce… Insomma un confronto
a 360° sulla fotografia dove s'impara e
si consiglia, si suggerisce e si apprendono nuove
soluzioni, ognuno, chi più chi meno, mette
a disposizione degli altri il proprio "sapere"
e così le tappe di trasferimento diventano
una sorta di stage viaggiante.
Ma l'occhio del fotografo vigila e scruta con attenzione
dai finestrini del bus, trasformatesi in una sorta
di schermo televisivo interattivo, per fermarsi alla
prima scena interessante. E allora Oscar ed Emiliano
da un lato, io e Sergio dall'altro, Stefania e Daniela
con il loro seguito di donne e bambini da un altro
ancora, insomma tutti in direzioni diverse ci muoviamo
alla ricerca di un volto, di un sorriso, di uno sguardo
pronti a cogliere attimi di vita quotidiana. Ci imbattiamo
in una cerimonia di matrimonio
in cui le spose – poco più che quattordicenni
– vengono portate, in uno stato di trance tra
colpi ritmici di tamburo e acqua di cocco versatagli
sulla testa da uomini festanti, verso i futuri mariti
scelti per loro in base alla casta di appartenza fin
dalla nascita. Un cerimoniere accoglie queste adolescenti
stremate e le bagna con dell'acqua "purificatrice"
del Gange. Una delle tante situazioni che lasceranno
un segno indelebile nelle nostre menti oltre ad impressionare
le pellicole delle nostre macchine fotografiche.
Raggiungiamo la stazione e ci imbarchiano sul treno
per Bhopal da cui, dopo circa 5 ore
di pullman, arriviamo ad Indore:
il punto di partenza verso Ujian,
una delle 4 città sacre insieme a Nasik,
Haridwar e Allahabad,
dove ogni 12 anni, a ruota, si celebra il Kumbh
Mela. Janette, la nostra guida locale, ci racconta
una delle tante leggende sulla
nascita di questi luoghi prescelti. Narra di
come Vishu, nel trasportare in una coppa il nettare
dell'immortalità attraverso il mondo degli
dei, lasciò cadere quattro gocce di questo
prezioso liquido sulla Terra dando così origine
a questi luoghi particolarmente sacri, diventati,
così, meta di pellegrinaggio da tutte le parti
del Paese.
Non si può capire l'India se non si conosce
la sua religione, l'induismo
con i suoi trecentotrenta milioni di dei. Più
che una religione è proprio un modus vivendi,
una filosofia di vita. Tutto ruota attorno alla legge
del karma, ossia all'insieme
dei buoni o cattivi comportamenti che un essere vivente
compie nella sua vita terrena e che saranno determinanti
nella reincarnazione alla sua rinascita. Il ciclo
delle reincarnazioni, ossia il samsara,
è praticamente infinito ed è fortemente
subordinato alla qualità del karma. Le buone
azioni nella vita vissuta elevano il karma e ci fanno,
rinascendo, avvicinare al divino nel quale il samsara
si dissolve ottenendo il moksha
o nirvana, la liberazione
dal ciclo delle vite. In questa visione della vita
non c'è spazio, o meglio, non ha senso la compassione
per i poveri, gli storpi, i malati. Il loro stato
di sofferenza è conseguenza di una cattiva
vita passata e questo passaggio è necessario
per espiare le loro colpe e quindi elevarsi nella
successiva rinascita. Un concetto difficile da accettare
per la nostra cultura dove la carità cristiana
ha radici profonde. Questa visione del mondo si contrappone
altresì fortemente a quella buddhista
che fa invece della compassione uno dei concetti base
sul quale, in più occasioni, si è pronunciato
l'attuale Dalai Lama
e per la quale il principe Siddharta
lasciò le mura del suo palazzo dorato. Per
questo motivo molti disperati soprattutto della casta
degli intoccabili, destinati a vivere una quotidianità
d'inferno, nell'impossibilità di elevare la
loro condizione sociale – l'appartenenza ad
una casta è un fattore immodificabile - hanno
deciso di diventare buddhisti o musulmani.
Anche se cerchiamo di calarci in questa nuova dimensione,
ci resta molto difficile rimanere indifferenti davanti
a lebbrosi, mendicanti, senza tetto, uomini e donne
il cui futuro è privo di speranze, in cui la
dignità dell'Uomo è calpestata e il
cui valore è paragonato a quella di un cane
tignoso… Così ci
rifugiamo dietro gli obiettivi delle nostre
macchine fotografiche e la ricerca del giusto controluce
o del taglio aureo, ci fa, nostro malgrado, superare
questa situazione.
L'arrivo ad Indore è carico
di aspettative, il giorno, o meglio la notte seguente
ci aspetta il Kumbh Mela!!!
Benché stanchi del viaggio non ci lasciamo
sfuggire la calda luce della sera e, Dario e Pierangelo
in testa, ci muoviamo all'interno della piccola città.
Il nostro interesse principale non è verso
le classiche cose turistiche – palazzi, musei,
monumenti vari – ma si indirizza nei luoghi
dove si concentra la vita. Ed ecco che ci inoltriamo
nella bidonville dove vivono gli intoccabili per i
quali ha tanto combattuto il Mahatma
Gandhi. E qui tra l'iniziale diffidenza e il
giustificato stupore della gente, tra un namastè
e un sorriso, ci lasciamo travolgere dall'euforia
dello scattare. Un uomo si lava i denti con un legnetto,
i bambini guardano incuriositi le nostre macchine
fotografiche, le donne cuociono una pentola di riso,
alcuni ci offrono un masala chai, il tè speziato
diffuso in tutta l'India. Colori,
suoni, odori
inconsueti ci avvolgono. Poco lontano scorgiamo un
piccolo gobi, la lavanderia del paese dove donne e
uomini sbattono con forza i panni sulla pietra. Anche
qui la meraviglia della gente è evidente, si
fermano a guardarci incuriositi: where do you come
from? Ci viene chiesto! Italy…! Rispondiamo
continuando a scattare: chi con il flash, chi con
un 400 asa, chi con la nuova
D70!
Da qui ci spostiamo prendendo degli scomodi ma praticissimi
tuc tuc, una sorta di Ape che hanno la funzione di
piccoli taxi, sicuramente i mezzi più idonei
per muoversi nel caotico traffico cittadino. Si muovono
zigzagando tra mucche, biciclette, motorini, macchine
e camion, attraversando incroci e rotonde con un'abilità
che definerei "chirurgica". Ci facciamo
portare alla stazione dei treni che, turisticamente
parlando, non ha niente d'interessante, ma per gli
occhi di un fotografo è un vero paradiso. Indore
è la stazione più vicina ad Ujian
e perciò qui si concentrano migliaia
di pellegrini diretti alla Grande Festa. La
luce è quella giusta, raggi di sole filtrano
tra i finestrini dei treni in partenza, le lunghe
ombre della sera creano contrasti interessanti. Ma
la nostra attenzione si focalizza sulla gente:
sadhu, pastori rajastani, donne nei loro coloratissimi
sari, gente comune e santoni vari, giainisti nudi
e bambini festanti. Tutti ansiosi di partecipare al
Kumbh Mela. I treni sono stracarichi. Le cabine sono
superaffollate tanto che molti pellegrini si dispongono
sopra ai tetti dei vagoni. E' un orgia
di colori. Non facciamo in tempo a caricare
la macchina fotografica che già siamo alla
fine del rotolino. Sandra con la sua Coolpix
5700 è alla sua prima esperienza di
India e di viaggio fotografico e quasi non riesce
a scattare…
Stanchi, ma soddisfatti rientriamo in hotel e programmiamo
la partenza verso Ujian. E' curioso
come le contraddizioni di cui l'India è ricca
si manifestino anche al nostro ingresso in albergo:
noi ci prepariamo per andare al Kumbh Mela, all'apoteosi
della spiritualità indiana, tra devoti "pitturati"
e donne nei loro sari arcobaleno, tra yogi in meditazione,
pellegrini in kurta pijama bianco e altri con turbanti
rosso o arancio mentre all'interno del Presindent
Plaza uomini in discutibili completi scuri, hostess
in tailler grigio spento che rendono impacciata la
naturale elenganza e classe indiana, accolgono una
convention dal titolo quanto meno curioso Internet
Mela. E' questo il risultato della globalizzazione
delle culture. Noi occidentali alla ricerca
della spiritualità orientale, della medicina
ayurvedica, dei rimedi olistici, dall'altra parte
il bisogno indotto di essere on line.
Dato che sono previste oltre 5 milioni di persone
decidiamo di partire alle 2 del mattino in modo da
arrivare alla Grande Festa che è ancora notte.
C'è il rischio di dover percorrere 4 chilometri
di strada a piedi per raggiungere il fiume e quindi
ognuno di noi ottimizza l'attrezzatura. Quasi tutti
con due macchine al collo, montiamo il flash, uno
zoom tele – fantastico il nuovo 70-200
AF-S VR – e uno grandangolare –
il 17-35mm va per la
maggiore – un altro obiettivo nel gilet, un
leggero monopiede e un quantitativo indefinito di
pellicole. La fortuna ci assiste e al nostro arrivo,
alle 4 del mattino, riusciamo a trovare una specie
di grande tuc tuc che ci trasporta nel cuore della
Mela.
La "nostra" festa ha inizio. Che dire!
Pensavamo di muoverci come al solito: fissare un ora
e un luogo di ritrovo in modo da esseri liberi di
esprimerci! Qui non è possibile: una folla
ininterrotta di pellegrini ci circonda, siamo costretti
a seguire il flusso della gente cercando di mantenere
il contatto visivo l'uno con l'altro. Ai lati delle
strade è un susseguirsi di tende che accolgono
i vari sadhu circondati
dai loro discepoli; l'odore
d'incenso ci avvolge,
alcuni si apprestano a celebrare il saluto al sole
e si aggingono al bagno mattutino in una sorta di
lode al nascere del giorno. Si celebrano riti
propiziatori; nella notte è morto un
santone e si prepara una specie di portantina avvolta
di fiori gialli con la quale il corpo verrà
portato nel luogo atto alla cremazione. Veniamo trascinati,
sotto l'occhio vigile della polizia che al suono di
fischietti controlla e dirige i sensi di marcia di
questa fiumana di gente, lungo la riva del fiume dove
migliaia di uomini e donne si immergono nelle sacre
acque purificatrici. Dopo un comprensibile smarrimento
e timore iniziale, ci lasciamo andare a scattare per
sfruttare al meglio la tenue luce dell'alba che argentea
le acque del fiume. Da qualsiasi parte ci volgiamo
c'è un angolo interessante: donne che si aggiustano
il sari bagnato sulla pelle, vecchi che cantono ripetitive
litanie, uomini nudi che si cospargono il corpo di
cenere, alcuni che prendono l'acqua con le mani giunte
versandosela sul capo per toccarsi poi gli occhi,
la gola, il petto; altri che la gettano in direzione
del sole in segno di saluto, altri ancora che la bevono
per purificarsi dai peccati o la mettono in dei contenitori
per portarla nelle proprie case. E' un caleodoscopio
di colori, di situazioni,
di profumi; cambia ad
ogni angolo, si trasforma e in questo modificarsi
continuo è difficile scattare. Saltano le simmetrie
fotografiche, le varie regole compositive, non si
riescono ad equilibrare le masse.
Seguiamo il flusso delle persone che si dirige nel
tempio principale, il luogo più sacro della
città. Pagando 100 rupie – l'equivalente
di 2 euro – riusciamo ad entrare da un ingresso
secondario, evitando così la coda infinita
che si accalca alla porta del tempio. Scalzi, con
le inseparabili macchine al collo, ci ritroviamo ad
essere spinti in avanti, tra cantilene innegganti
Shiva, il dio a cui il tempio è dedicato. E
nel cuore dell'edificio, le litanie diventono assordanti,
i fedeli si prostrano, gettano fiori e palline bianche
di zucchero alla divinità. Tutta la folla si
concentra in un punto che sembra essere il centro
catalizzatore delle preghiere: all'interno di una
stanza emerge un enorme linga – la stilizzazione
dell'organo maschile, una delle rappresentazioni di
Shiva – e qui una sorta di sacerdote in evidente
alterazione psicofisica, incensa e canta lodi alla
"pietra" sacra.
E così siamo arrivati alle 9! La luce comincia
a non essere più interessante e quindi, venendo
meno l'adrenalina fotografica, la stanchezza
comincia a farsi sentire. Alcuni irriducibili continuano
a scattare, ma lentamente ci dirigiamo verso il pullman
per il rientro alla base.
Come descrivere l'esperienza! Non riesco a trovare
le giuste parole, forse ne sono uscito un po' stordito.
Ho come la sensazione di aver visto "troppo".
E' come quando sei alla ricerca di un paio di scarpe
e ti ritrovi in un bazar dove ci sono migliaia di
altri oggetti oltre a migliaia di scarpe e te ne esci
senza aver trovato la "tua" perché
ce ne sono troppe che ti potrebbero andar bene. E
così il Kumbh Mela: troppa
gente, troppe situazioni,
troppi sadhu, troppi
uomini nudi, troppe donne
in sari, troppi bramini,
troppe differenti etnie.
Lo sguardo non riesce a concentrarsi su un qualcosa
di preciso, tutto è confusione e la confusione
è un elemento che contrasta con la mia sensibilità
e di conseguenza si scontra con il mio modo di fotografare.
A me piace il dettaglio, l'equilibrio, l'armonia nei
colori e nelle masse, il controllo dello sfondo, la
ricerca delle ombre e lo stacco sulle luci. Mi piace
cogliere uno sguardo e un sorriso, un abbraccio e
un gesto d'affetto. Tento di catturare in un ritratto
quella magica luce che accende gli scuri occhi degli
indiani e che dà potenza e forza al volto di
un vecchio così come di un bambino, cercando
di ricalcare, con la dovuta deferenza, i magistrali
scatti di Steve Mcurry, uno dei migliori fotografi
del National Geographic. E tutto questo difficilmente
si sposa con la caoticità del Kumbh Mela.
Deluso quindi? Assolutamente no! Fotograficamente
i miei soggetti sono altri - di cui però il
viaggio, nell'insieme, ne è stato ricchissimo
-, ma umanamente l'esperienza è stata unica
e sicuramente molto forte e
toccante!
Archiviata la festa il viaggio continua! Torniamo
in Pullman a Bhopal, tristemente
nota per l'incidente all'industria di prodotti chimici
Union Carbide del quale ancora oggi se ne vedono,
nei bambini storpi o malformati, le tragiche conseguenze.
Anche i nostri cellulari sembrano stranamente impazziti.
Il tempo di sistemare le nostre valige e, "in
sella" a 6 tuc tuc, ci inoltriamo nei mercati
della città subito dopo aver visitato la bella
moschea. Bhopal
è infatti a maggioranza musulmana e questa
cosa si riflette in maniera evidente nei comportamenti
della gente, soprattutto delle donne. I colori sgargianti
e "allegri" dei sari, la pancia leggermente
scoperta magari abbellita da un semplice anello all'ombelico
che fa capolino dalle trame di seta del vestito, gli
sguardi curiosi e talvolta maliziosi, lasciano il
posto a tristi pastrani neri che coprono in maniera
informe la donna, spesso anche gli occhi sono coperti
da una velina. Tentiamo di scattare qualche foto,
ma subito ci accorgiamo che anche la reazione ai nostri
obiettivi cambia: se prima erano i sorrisi, talvolta
timidi e riservati, a caratterizzare il comportamento
delle persone adesso gli sguardi diventano scontrosi,
diffidenti. Le donne
si girano e gli uomini sembrano guardarci con aria
di sfida: eppure è la stessa gente, lo stesso
popolo. Ed è qui che mi rendo conto di quanto
sia profondo lo strappo culturale tra musulmani ed
induisti: basti pensare che i primi alla fine del
Ramadan uccidono i vitelli per festeggiare la fine
del periodo di digiuno gli altri, invece, considerano
le mucche animali sacri da venerare.
Siamo ormai al termine di questa nuova esperienza
indiana! Da Bhopal raggiungiamo in
aereo Bombay o Mumbai come la chiamano
adesso gli indiani. Una città di oltre 15 milioni
di persone, quasi un terzo dell'intera popolazione
italiana. Vi arriviamo di notte, due giorni prima
delle elezioni che dovranno rinnovare il Congresso
del Paese. Nel tragitto dall'aeroporto all'albergo
impervia il caos. Macchine, camion, tuc tuc, motorini,
biciclette una babele di due e quattroruote. Ma più
ci avviciniamo all'hotel e più il traffico
diminuisce. Ci stiamo dirigendo infatti nella cosiddetta
Manhattan di
Bombay, il quartiere dei ricchi, dove il costo
di un appartamento è in linea con i prezzi
del mattone in Italia!! All'esterno molti edifici
sembrano fatiscenti, ma dietro le facciate scrostate
– ci racconta Janette - si nascondono arredamenti
da sogno, proprietà di arabi e facoltosi indiani
magari coinvolti nel business del cinema. Non dimentichiamo
infatti che qui ha sede Bollywood
la più prolifica industria cinematografica
del mondo.
Un giro panoramico della città ci porta a scoprire
il quartiere dove aveva sede il vecchio governo inglese.
Passeggiando tra edifici coloniali, viali alberati,
bus rossi a due piani, taxi gialli e neri sembra di
muoverci per le vie di Londra, ma subito l'identità
del luogo ha il sopravvento quando, proprio sotto
quello che viene chiamato il Big Ben di Bombay, un
pescatore trasporta tranquillamente in mezzo alla
strada, su un carretto, due enormi squali, forse catturati
nella notte, diretti al mercato del pesce cittadino.
Foto obbligata.
La tappa successiva ci porta al mercato coperto della
frutta e degli animali dove i raggi del sole filtrano
tra i tendoni colorati creando dei giochi di luci
ed ombre imperdibili. Un uomo con un sorriso "d'oro"
cattura la mia attenzione così come coloro
che portano in ceste di vimini enormi papaye, manghi
e ananas. Tra corvi satolli e carcasse di cavalli
e capre mi inoltro nella "macelleria",
un luogo lugubre dove il puzzo del sangue rappreso
si mescola, in un'acre risultanza, con i bastoncini
d'incenso al jasmine. Ma la luce è fantastica.
Lettura spot e apertura alle danze! Certe volte penso
che bisogna essere un po' malati per rimanere
estasiati da certe situazioni.
Bombay è un insieme di piccole
isole e la pesca è
un'altra attività importante nell'economia
cittadina. Il pesce fresco viene scaricato ogni mattina
nel villaggio proprio a pochi metri dal nostro albergo.
Dopo tanto mangiare fortemente speziato
a base di cardamomo, cumino, peperoncino, ginger,
zafferano, curcuma, chiodi di garofano, anice, noce
moscata e altri aromi meno noti che ha messo a dura
prova le capacità digestive del gruppo, decidiamo
per una frittura e grigliata di pesce. E così
il panneer – Il formaggio indiano -, il dal
makhani – la zuppa di lenticchie, fonte alternativa
di proteine per i vegetariani -, l'immancabile riso
bianco basmati, il pollo e il montone tutti cucinati
praticamente alla stessa maniera, lasciano il posto
ad una frittura di totani e ad un gigantesco pesce
molto simile alla nostra cernia. L'euforia per i sapori
diversi è tale che qualcuno del gruppo in un
eccesso di "nostalgia" – siamo in
un modesto ristorante di Bombay – si sente in
dovere di chiedere una wine list!!! Con il pesce,
il sommellier insegna, ci vuole un ottimo e fresco
vino bianco!
Quest'ultima "battuta" ci riporta in albergo.
Il pomeriggio è dedicato allo shopping,
con Lorella in testa e un po' tutti gli altri al seguito.
Giungiamo così alla nostra ultima cena indiana
e tra delle penne alla matriciana e una pizza margherita
– in hotel si cucina italiano e la voglia dei
nostri sapori impazza – preparate le valigie,
riposte le nostre macchine - fedeli compagne di avventure
-, discutiamo del prossimo viaggio: gennaio
2005 nel Kerala per le principali feste hindù
del sud dell'India sempre con la Nikon School Travel.
Poi il transfert all'aeroporto per il rientro in Italia.
L'attesa del volo, quando speri che prima o poi si
inventi il teletrasporto, è l'occasione giusta
per le riflessioni finali, prima che l'emozioni si
raffreddino e le sensazioni si smorzino sotto l'inevitabile
tram tram quotidiano. Fotograficamente sono stati
i colori e le persone
i protagonisti indiscussi
del viaggio. La stazione dei
treni il luogo dove, più di ogni altro,
ho respirato i sapori dell'India. Quello che invece
mi è rimasto dentro, che mi sono portato a
casa è stato quella profonda
spiritualità che si percepisce continuamente
in ogni occasione; è stato la loro concezione
del vivere e del morire così intimamente legata
al destino; è stato quel rendere grazie continuo,
quel chiedere aiuto e protezione, quella ricerca di
purificazione, quel relazionarsi con l'altro scandito
dal namastè, declamato portando le mani giunte
all'altezza del viso, che in indi significa: saluto
il dio che è dentro te! E forse è stato
per questi motivi che il primo impulso che ho avuto
al mio rientro a Firenze è stato quello di
entrare in una chiesa per confrontarmi con il "nostro"
Assoluto, per riscoprire, anche nelle nostre radici
cristiane, quel senso di discatto dal possesso, dall'avere
che, globalizzazione culturale permettendo, ancora
di riesce a provare in India. E lì ho pregato!
Edoardo Agresti
www.edoardoagresti.it
email: crea@edoardoagresti.it
Ringraziamenti
Un particolare ringraziamento a tutti
i partecipanti perché hanno saputo al
meglio cogliere lo spirito di un viaggio fotografico.
Spero che quei pochi consigli che ho cercato di dare
a chi me ne ha fatto richiesta, possono aver contribuito
ad ottenere degli scatti interessanti. Da parte mia
rinnovo il mio sincero daniewad a: Sergio, Stefania,
Emiliano, Sandra, Pierangelo, Lorella, Franco, Oscar,
Angela, Janette – la nostra guida locale - e
un bacio a Daniela. Complimenti alla Mistral
per l'organizzazione
e alla Nital per il supporto
tecnico.
Attrezzatura fotografica utilizzata
in viaggio
Macchine fotografiche: F5; F100;
F80; F90x; D70; Coolpix 5700.
Obiettivi: 14mm ED 2.8; 17-35mm ED
2.8; 20mm 2.8; 28-70mm AF-S VR ED 2.8G; 18-70mm AF-S
DX 3.5/4.5G; 70-200mm AF-S VR ED 2.8G; 85mm 1.8; 300mm
AF-S ED 4.
Pellicole: Velvia 50; Velvia 100;
Provia 100 F; Astia 100 F; Ektachrome 100 VS; Scala
200; Tri X 400.
Accessori: monopiede, cavalletto,
flash SB 80, SB 26, SB 24 |