"io
penso a me stesso come a un testimone della
storia, in un senso molto vasto del termine:
fotografando soprattutto lo scorrere della vita
di gente comune. Non cerco necessariamente i
grandi eventi del mondo ma, come fotografo,
arrivo a cogliere la storia da un punto di vista
molto specifico e personale". Alex
Webb |
Sono passati già 3 mesi da quando sono tornato
e ancora non avevo scritto niente, perché?
Impegni a parte, questa volta ho deciso di lasciar
sedimentare quel turbinio di emozioni,
di colori, di profumi,
di situazioni che, come
non mai, ha caratterizzato questa nuova avventura
indiana. E' stato, infatti, un continuo susseguirsi
di eventi e di incontri, che ho sentito la necessità
di calmierare il tutto prima di raccontare il viaggio.
Premetto che il fulcro di questo "Nikon Travel"
sono state le popolazioni tribali
dell'Orissa, una regione situata nella parte
centro-orientale dell'India
ancora poco conosciuta e poco sfruttata turisticamente,
basti pensare che nei 18 giorni di viaggio non abbiamo
incontrato un solo turista, fosse questo giapponese
o americano, francese o italiano. Anche quest'anno,
come per il Kumbh Mela di Ujain del 2004, ho cercato
di organizzare un viaggio in cui la gente
fosse la protagonista. Ho cercato di muovermi a stretto
contatto con la vita,
il lavoro, le tradizioni
di questo paese meraviglioso che è l'India.
E anche quest'anno il gruppo dei partecipanti aveva
un'omogeneità d'intenti: la fotografia
prima di tutto.
Questa comunione d'interessi ci ha portato alla ricerca
delle condizioni migliori per lo scatto; ci ha fatto
alzare all'alba per fotografare
l'arrivo dei pescatori sulla spiaggia di Puri; ci
ha fatto fermare lungo la strada per "cogliere"
la raccolta del sale o la mietitura del riso; ci ha
fatto camminare fino ai margini della foresta per
incontrare la tribù dei
Bonda con le donne vestite di sole perline
e gli uomini "armati" di arco e frecce;
ci ha fatto immergere nei vocianti mercati delle tribù
tatuate Kutia Kondh; ci ha fatto vivere la
frenetica attività del mercato
del pesce e del bethel
di Calcutta; ci ha fatto meravigliare nell'incontro
con le donne Dongarya
dalla testa riccamente adorna di curiosi ferma capelli
e con le donne Paraja dagli strani e numerosi "orecchini"
nasali. Insomma, la fotografia, questa forte passione
che ci accomunava ci ha fatto scoprire dei luoghi
e delle situazioni lontane dal turismo di massa, distanti
dalle tappe classiche di un viaggio "organizzato";
ci ha permesso di entrare in contatto con un'India
diversa, genuina.
E' stata una bellissima esperienza. Il gruppo si
è subito affiatato e amalgamato, la fotografia
è stata un collante a presa rapida. Le digitali,
D70 in testa, ci hanno
permesso di condividere fin da subito gli scatti fatti.
La cena e le tappe di trasferimento sono stati i momenti
deputati alla discussione e allo scambio di consigli
e suggerimenti. Ed è stato interessante vedere
come ognuno di noi si muoveva in maniera diversa alla
ricerca del taglio più
adatto alla propria visione del soggetto. C'era chi,
prima di scattare, ricercava l'equilibrio
migliore, chi invece si concentrava sui particolari,
altri ancora che "lavoravano" sui bambini,
altri sui volti di donna e altri sul contesto fosse
questo un villaggio o un mercato. Alla fine, pur muovendosi
negli stessi luoghi, ogni partecipante ha riportato
a casa la sua India,
personale, non stereotipata e perciò unica.
A tal proposito questo viaggio è stato per
me molto particolare,
mi ha fatto infatti scoprire ciò che veramente
ricerco nella fotografia, ciò che veramente
è, per Edoardo Agresti, la fotografia. Perciò,
questa volta, non voglio dilungarmi ulteriormente
su quello che abbiamo visto – anche perché
saranno le immagini a "parlare"
– ma tenterò invece di scrivere emozioni
e descrivere la "mia"
fotografia.
Sono ormai 20 anni che
scatto ed è bello accorgersi come nel corso
del tempo il mio modo di vedere e di "scrivere"
il mondo è cambiato,
forse si è evoluto, fino a raggiungere una
maturità che, credo come non mai, abbia raggiunto
un limite interessante in questa parte dell'India.
Come da sempre le mie immagini, non sono fotografie
di denuncia sociale o di guerra, non vogliono shockare
con foto violente né tantomeno fare dei saggi
giornalistici; assolutamente non voglio fare dell'immagine
una cartolina stereotipata. Quello che mi interessa
e che fa parte da sempre della mia ricerca, è
la forza intrinseca,
magari contraddittoria,
che emerge da ogni singolo scatto,
seguendo, in tal senso, la filosofia fotografica di
nomi, per me leggendari, tipo il fotografo belga Gruyaert
o gli americani Alex Webb
e Steve McCurry.
Ogni foto può essere letta singolarmente o
insieme alle altre, può avere un filo conduttore
comune oppure fine a se stessa; può essere
un paesaggio o lo sguardo di un bambino, ma l'importante
è che trasmetta emozione.
Almeno nelle mie intenzioni, la fotografia deve rivelare
qualcosa. E' bello soffermarsi a riflettere sul duplice
significato di tale verbo. Esso, infatti, può
voler dire: scoprire,
oppure ricoprire, rimettere
il velo. In una sola parola si racchiude un'azione
e il suo opposto. Strano, ma molto adatto a descrivere
certe immagini, certi scatti. Forse perché
tutto l'Oriente è molto legato agli opposti:
lo yin e lo yang, l'atavica lotta tra il bene
e il male del Ramayana,
l'estrema ricchezza dei
Maharaja che si contrappone alla misera
condizione degli "intoccabili"…
In alcune foto si legge la parte più intima,
più nascosta della persona ritratta, come se
la fotografia avesse estratto,
scoperto e immortalato
l'essenza stessa dell'Uomo
(è curioso pensare come alcune tribù
si rifiutano di essere fotografate per paura che gli
venga rubata l'anima). In altre, invece, aleggia un
patina misteriosa, una sorta di bruma mattutina che
racchiude e ricopre come un velo protettivo, sentimenti
ed emozioni troppo personali per essere condivisi
e rilevati all'esterno.
Con il passare del tempo, forse con una certa maturità
che solo l'esperienza
ti può dare, mi sono accorto che, forse anche
inconsciamente, niente nello scatto è lasciato
al caso anche se è
il caso a fare lo scatto. Dall'analisi di ogni singola
foto si nota un equilibrio cromatico
al limite del maniacale; un controllo
degli sfondi e dei soggetti quasi si fosse in studio
coadiuvati da potenti flash e fondali; un bilanciamento
delle masse che può sembrare costruito. Invece
è tutto naturale e assolutamente reale.
Niente di creato né tantomeno elaborato o «tagliato»
in post produzione. Ogni momento è ripreso
nell'attimo stesso in
cui accade, nell'ambiente e con i giochi di luce ed
ombre reali. Amo il colore
nel giusto rapporto, talvolta leggermente accennato
quasi desaturato; mi affascinano i chiaro-scuri
delle prime luci dell'alba o dell'ultime ore del giorno.
Se tutto questo non accade, se manca questa atmosfera
quasi mistica, se la magica fusione della luce con
il soggetto non dà equilibrio,
mi sono accorto che rinuncio allo scatto. Sì,
non mi interessa documentare. Non voglio che il «lettore»
- ricordiamo ancora una volta che fotografare significa
«scrivere con la luce»
- dia un significato univoco
alla foto. Ma voglio che tutte le volte che la legge
trovi elementi nuovi, sensazioni nuove, stimoli diversi.
In sintonia con il verbo "rivelare".
Non ho scelto l'Oriente, e l'India in particolare,
perché volessi fotografare i poveri o volessi
mostrare la malattia, la sporcizia o il degrado, come
normalmente si associa a questa parte del mondo. Certo
viaggiando ci si imbatte nella disperazione
e nella miseria, ma non
era e non è quello il mio obbiettivo. Ho scelto
l'Oriente perché mi piace conoscere ed esplorare
mondi totalmente diversi
da quello in cui vivo. Civiltà e società,
alcune volte povere e disperatamente tragiche, complicate
e interessanti, ma nel contempo piene
e vibranti di vita. L'India
in tal senso è unica.
Terzani la descrive in maniera sublime: «L'India
è l'India. [...] Chi ama l'India lo sa: non
si sa esattamente perché la si ama. E' sporca,
è povera, è infetta; a volte è
ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa
e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se
ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani.
Ma così è l'amore: istintivo, inspiegabile,
disinteressato. […] In India si pensano altri
pensieri.»
Ed infine, mi sono fermato a riflettere su qual è
il mio approccio al luogo,
alla gente? Nessuno in particolare. Ossia mi sono
reso conto che non parto con l'idea di fare certe
foto, non mi preparo
al viaggio, quantomeno non nel modo canonico: non
leggo le classiche guide turistiche. Quello che faccio
e che ritengo fondamentale è calarmi in un
altro mondo che non è però fisico, ma
mentale. Ossia cerco
di predisporre e sincronizzare cuore,
mente e obiettivo
della macchina fotografica con l'ambiente, fatto di
luoghi e persone.
Questi quattro elementi devono essere inscindibilmente
connessi tra loro, in completa empatia. Basta
che soltanto uno di essi non sia in sintonia con gli
altri ed ecco che nello scatto finale manca qualcosa.
Insomma la foto che «esponi»
deve essere esteticamente bella, ma deve riflettere
l'anima del soggetto. Deve tirare fuori la
sintesi, l'essenza
stessa di un trascorso, sia questo un paesaggio
o una persona.
Questa è la fotografia che sento più
vicina a me; questo è lo spirito
con cui mi relaziono nello scattare, e non cambia
sia che stia fotografando un matrimonio in Toscana
che una festa in Birmania; questo è quello
che non mi fa mai annoiare quando fotografo; questo
è perché la fotografia è diventata
un insopprimibile bisogno,
è diventata la mia vita.
Concludo ringraziando i miei compagni
di viaggio, tutti delle splendide persone e, lo dico
di cuore, dei nuovi carissimi amici.
Utilizzo questa parola, molto spesso inflazionata,
ma in questo caso profondamente sincera, perché
abbiamo condiviso un concentrato di emozioni e situazioni
che hanno permesso anche in soli 18 giorni, di mettere
a nudo la parte più vera
di ognuno di noi. Ed è emerso un bel gruppo,
giustamente eterogeneo caratterialmente, ma omogeneo
nella visione del viaggio. Degli amanti della fotografia,
dei veri viaggiatori, dei piacevolissimi compagni.
Un grazie a: Angela, Gabriella, Vincenzo, Luigi, Carlo
e un bacio speciale a Daniela. Un grazie anche all'organizzazione
del viaggio curata magistralmente dalla Mistral
e alla Nital che ha contribuito
sia alla promozione che alla fornitura di materiale
professionale.
Infine, se mai leggerà queste due righe, un
grazie di cuore anche alla nostra guida indiana Jeannette.
Ah dimenticavo, l'appuntamento con la Nikon School
Travel da Edoardo Agresti
accompagnata, si rinnova l'anno
prossimo: destinazione Gujarat
(se non sapete dov'è, fate una piccola ricerca,
vi renderete conto di quante cose belle,
inconsuete, ancora pochissimo
conosciute, raccoglie questa regione dell'….
Provate ad indovinare, per chi mi conosce sarà
molto facile riempire i puntini). Per saperne di più
seguite il sito della nital www.nital.it
e mandate una email al mio indirizzo di posta crea@edoardoagresti.it
così da potervi inserire nella list e tenervi
aggiornati con le mie iniziative.
Edoardo Agresti
Note Tecniche
Attrezzatura utilizzata dal fotografo NPS
Edoardo Agresti: Nikon F6, Nikon F5, Nikon
F100; 80-200mm D ED G 2.8 VR, 17-35mm D ED 2.8, 14mm
D ED 2.8; duplicatore di focale TC 20E II; Flash SB80D,
SB800D.
Pellicole utilizzate: Fuji Velvia
50. Cavalletto Manfrotto con testa separata. Nessun
filtro è stato utilizzato negli scatti. Nessun
"taglio" è stata fatto in post produzione.
La scansione delle immagini è
stata eseguita con lo scanner Nikon Coolscan 5000
ED con una leggera maschera di contrasto (Intensity
20% su Halo Width 5%). Le foto non sono state smontate
dai telaietti, per cui alcuni particolari all'estremità
del fotogramma possono non essere presenti, lo sono
invece nell'originale in diapositiva.
Attrezzatura dei partecipanti: Nikon
F4, Nikon F80, Nikon D70 con un ottimo parco obiettivi
tra cui anche il 12-24mm G.
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