…Cammino.
In questa strada di polvere leggera. Solo. Solo
il rumore dei miei pensieri riverbera sul profilo
di un vecchio indio. Il suo sguardo è
quello fiero di antichi guerrieri, e mi fa sentire
straniero in questo mondo di incomprensibili
contrasti. Che ho comprato, ma non sarà
mai mio.
Le rughe sui visi e le mani di vecchie campesine
sono reminiscenze di una storia massacrata dalla
religione dei fucili e dell'oro. Dai fardelli
millecolori sulla schiena nuove, piccole mani
cercano l'aria. E grandi occhi neri guardano
la vita. Colori pastello svaniscono nel blu
perfetto dell'orizzonte e lontano, oltre
la polvere, immense piramidi di ghiaccio disegnano
il cielo… |
© Michele Dalla Palma |
Sono le suggestioni nette, inequivocabili, del mio
primo viaggio nella realtà
di un paese straordinario,
diviso tra la bellezza
di ambienti naturali unici al mondo e la magia
nascosta di culture umane affascinanti, spazzate via
per sempre dall'avidità dei mercenari spagnoli
nei primi decenni del sedicesimo secolo. Che riaffiorano
però nella quotidianità degli indios,
fatta di superstizioni e credenze scaturite da segni
ed espressioni di una natura
incontenibile.
Era il 1985, e il Perù, appena uscito dalla
dittatura del latifondismo, uno stato ancora irrequieto
in balia di derive militariste. In tre mesi di vagabondaggi
senza meta, dalle imprese alpinistiche sulle cime
della Cordillera Blanca alle fascinazioni delle rovine
incaiche, mi ero immedesimato fin troppo nelle sensazioni
a tratti traumatiche, nella loro semplicità
e violenza, che questo paese sa offrire a chi è
capace di guardare oltre la cortina, polverosa e tetra,
di un'apparenza misera.
© Michele Dalla Palma |
Traumatiche quanto i colori,
spesso impossibili da fermare sulla pellicola. Contrasti
tagliati di netto da lame di luce capaci di incendiare
le tinte millecolori della realtà umana e della
natura, relegando nell'oscurità assoluta le
sfumature.
© Michele Dalla Palma |
Sono passati vent'anni, anche nei borghi più
isolati sono arrivate le strade,
la corrente elettrica
e la possibilità di comunicare
col mondo, superando l'isolamento millenario che ha
caratterizzato, fino a pochi anni fa, le zone andine
e la selva. Il Perù "lontano dal mondo"
forse non esiste più, almeno come l'ho visto
tanti anni fa. Ogni strada è intasata di Internet
Point, illusioni a buon mercato di avvicinare una
modernità ancora lontana generazioni. Forse
proprio per questo inseguita come una chimera, capace,
in breve tempo, di snaturare l'anima dell'Inca e dei
suoi feticci religiosi, che aleggiano ancora nell'anima
delle popolazioni andine. Anche qui i "telefonini"
hanno sostituito la realtà.
Ma i colori e le atmosfere
del Perù sono rimasti immutati
e straordinari.
E hanno riempito gli occhi e gli apparati fotografici
dei compagni che mi hanno seguito in questa avventura
organizzata insieme a Nikon
School Travel. Campionario fuori dal comune
di soggetti e situazioni per imparare a fermare nel
tempo l'illusione di un momento trasformandolo nella
certezza di un'immagine. Per sempre.
© Michele Dalla Palma |
Il Perù digitale di Nikon
School Travel
La scommessa di questo appuntamento Nikon School Travel
- che per quanto mi riguarda è già vinta
da tempo - era verificare la possibilità di
realizzare, in un paese "difficile" dal
punto di vista climatico e ambientale come il Perù,
un reportage completamente "virtuale".
© Michele Dalla Palma |
Alcuni dei partecipanti si avvicinavano per la prima
volta al mondo dei pixel, ma tutti sono stati favorevolmente
impressionati dalla versatilità dello scatto
digitale nelle infinite, affascinanti situazioni che
questo viaggio ha regalato.
Oltre al gioiello D2X,
le D100 e D70
hanno scattato senza tregua fermando ogni istante
dell'esperienza, ma il vero trionfo è stato
per il grandangolo 12/24
appositamente studiato per il formato digitale, conteso
da tutti i partecipanti. Lucio, appassionato di treni
(suoi gli scatti della ferrovia più alta del
mondo presentati in photogallery), se lo portava a
letto sperando di sottrarlo alle bramosie degli altri!
Altra magnifica sorpresa è stato il comportamento
dei due zoom VR, il 70/200
e l'80/400, che si sono
dimostrati eccellenti in molte situazioni, riuscendo
a regalare immagini a tempi impensabili con un normale
obiettivo. Con la focale 400
(che sul sensore elettronico si trasforma in un lunghissimo
600) mi è capitato di "congelare"
il primo piano di un volto in penombra a quaranta
metri di distanza, usando l'incredibile tempo di 1/30!
© Michele Dalla Palma |
Da utilizzatori reflex "duri e puri", pochi
dei miei compagni credevano nelle potenzialità
della mia Coolpix 8400,
che porto sempre in tasca nonostante i "mattoni"
armati di tele al collo, ma hanno dovuto ricredersi
di fronte ai dettagli che ho "sparato" nell'oscurità
dei mercati o i primi piani "rubati" conversando
amabilmente con le campesine mentre appoggiata sulla
pancia la piccola Nikon "mitragliava" indisturbata
la scena.
A parte le finezze tecniche, però, il "cuore"
del viaggio sono state le conversazioni
serali incentrate sulle "prede" catturate
durante il giorno; abbiamo confrontato tecniche
di scatto, condiviso piccoli segreti,
ma soprattutto discusso
con grande interesse sulla composizione, su come rendere
uniche le luci e i colori, sui tagli migliori per
un ritratto piuttosto che per un paesaggio infinito,
e su quanto "l'anima" di un'immagine, frutto
della sensibilità e capacità di interpretazione
della realtà, spesso valga più dei sofismi
cibernetici.
© Michele Dalla Palma |
La possibilità di rivedere, praticamente "in
diretta", il lavoro fatto durante il giorno,
commentandolo e correggendo eventuali errori è
ingenuità, credo sia un'opportunità
impagabile per lo scopo di un viaggio-esperienza
nella filosofia Nikon School Travel, che si propone
di far affinare ai partecipanti le proprie capacità
fotografiche e interpretative.
Tra un'immagine e l'altra, Filippo, mago dell'informatica,
ci ha svelato alcuni interessanti e utili "trucchi"
per velocizzare e ottimizzare le performances di Nikon
Capture e Photoshop.
Alla fine arriva sempre, purtroppo, il momento di
tornare alla propria quotidianità; tutti, però,
ci siamo lasciati con la stessa domanda: "A quando
il prossimo viaggio?"
I programmi di Progetto Avventura sono
reperibili sul sito
www.micheledallapalma.it
L'IMPERO DEL SOLE
di Valentina Musmeci
[partecipante al Nikon School Travel
"Magie del Perù"]
Rese visibili solo da raggi di luce fendente
che fruga, una ad una, tutte le pieghe di questo universo
esotico, affiorano verità
nascoste nelle anime, umane e animali, incapaci di
liberarsi di un passato devastante
di oppressione coloniale, che apparentemente fa loro
solo da sfondo.
© Michele Dalla Palma |
Spiando interni di cortile nella fessura di una porta
socchiusa, nei paesaggi ricamati da nubi sfilate all'orizzonte,
nelle strade polverose ingombre di teli colorati gonfi
di verdure e figure accovacciate, senza occhi, nascosti
dalla falda dei cappelli, nei riverberi delle luci,
dei colori e delle voci, sento palpitare un passato
che le croci spagnole hanno inutilmente cercato di
seppellire.
Il Perù è un paese in rapida
mutazione, che accoglie la globalizzazione
mondiale con l'innocenza di chi guarda al futuro,
gli occhi carichi della speranza di esserne, questa
volta, partecipi. Testimoni muti i mille internet
point che si alternano alle "pollerie",
fortunatamente ancora rappresentative della gastronomia
"veloce" peruviana non ancora attaccata
dalle brame espansionistiche della "M" yankee,
o i berretti e gli zainetti Nike appesi sulle bancarelle
nei mercati di paese dove gadgets per turisti, omologati
e senza poesia, hanno sostituito l'allegra confusione
dei mercatini spontanei
dove si barattava frutta
e verdura con tessuti e oggetti artigianali.
Il terzo millennio sta riuscendo nell'impresa, iniziata
cinquecento anni fa dalle orde barbariche affamate
d'oro dei "conquistadores" spagnoli e, in
nome di una religione sanguinaria, dai loro sgherri
in tonaca, di cancellare, nei suoi caratteri profondi
e intimi lasciandone solo i simulacri, una civiltà
di straordinaria grandezza. Soprattutto nelle città.
Tra atmosfere coloniali e caos
Lima, immensa, moderna
capitale per chi può permetterselo, è
circondata da effimere baraccopoli,
pueblos juvenes - quartieri giovani - per la burocrazia,
dove non esiste il diritto a condizioni, ancorchè
minime, di vita dignitosa. Aumentano giorno dopo giorno,
ingoiando chilometri di deserto per ospitare disordinatamente
masse di profughi che, dalle "sierre" e
dalla "selva", raggiungono la grande città
con l'illusione di un lavoro.
Nulla, se non qualche nostalgico, decadente balcone
in legno nel centro storico, la distingue da una qualsiasi
altra metropoli del mondo emergente, qualunque sia
il continente: Africa, Sudest asiatico o, appunto,
Sudamerica.
© Michele Dalla Palma |
Arequipa, affascinante
metropoli di impianto coloniale, gelosa della sua
anima criolla, sprezzante nel suo "distinguersi"
dal Perù dei villaggi e della cultura incas,
conserva invece ancora vive, tangibili e onnipresenti
le atmosfere di un glorioso passato di nobiltà
europea. "Isola" culturale ed economica
da sempre in competizione col resto del paese, non
si accontenta più della sua fertilissima ma
piccola valle all'ombra del vulcano Misti, e sfida,
coltivandolo, il deserto.
Cuzco, magnifica capitale
del Tawantìnsuyuq, l'Impero Inca che si estendeva
ai quattro angoli dell'allora universo conosciuto
dalle popolazioni andine e "Centro del Mondo"
per tutte le culture precolombiane, oggi è
diventata una "Las Vegas" del continente
sudamericano e il centro turistico
più visitato del Perù. È
qui, accanto agli eterni muri di pietre gigantesche
e perfette, rappresentazione della potenza e del genio
di una "summa" di civiltà straordinarie,
che più evidenti e paradossali appaiono i cambiamenti
che stravolgono il passato. Rendendo, soprattutto
nelle giovani generazioni, gli indios peruviani inesorabilmente
uguali alla massa informe di individui del mondo globalizzato.
© Michele Dalla Palma |
Dal deserto costiero agli altipiani
Dal profilo naturalistico, il Perù è
un paese di indescrivibile bellezza,
e il territorio che sul pianeta raccoglie la maggior
parte di ecosistemi e ambienti naturali. Nelle oasi
della costa peruviana, irrigate con l'acqua dei fiumi
che scendono dai ghiacciai delle Ande, si coltivano
i principali prodotti agricoli d'esportazione quali
la canna da zucchero,
il riso, il cotone
e il caffè. La
pesca riveste un ruolo
di primo piano, e detiene ancora oggi il primato
nelle esportazioni del paese. L'enorme ricchezza ittica
della costa è favorita dalla corrente di Humboldt,
che grazie alle sue acque fredde richiama qui numerose
specie marine. La penisola di Paracas,
rifugio per innumerevoli specie animali, è
un paradiso per gli osservatori di fauna:
si possono individuare centinaia di specie di uccelli,
spesso in gruppi di migliaia di esemplari. Regno di
otarie e lontre marine, pinguini e delfini, l'arcipelago
delle isole Ballestas è considerato secondo
solo alle più celebri Galapagos.
© Michele Dalla Palma |
La fascia desertica
lungo tutta la costa, fatta di dune disegnate dal
vento e da scogliere a picco sul mare, è ricca
di interessanti curiosità
geologiche, come la "Cattedrale",
un arco naturale di roccia e faraglioni che domina
la baia più bella della penisola di Paracas.
La pampa di Jumana ospita,
40 chilometri più all'interno, le misteriose
linee di Nazca, immensi
disegni scavati nel deserto, rappresentanti figure
iconografiche dei culti religiosi: scimmia, colibrì,
lucertola, ragno. Tra il 200 e il 600 d.C., fiorì
in questa zona una civiltà che, attraverso
enormi opere idrauliche, costruendo acquedotti sotterranei
che portavano l'acqua dalle montagne, riuscì
ad abitare un deserto altrimenti ostile. Un ingegnoso
sistema di pozzi circolari
studiati in modo da evitare la dispersione con l'evaporazione,
consentì di sviluppare un'intensa attività
agricola, legata comunque all'entità delle
piogge. Perciò gli dei che abitavano le montagne,
potendo governare i fenomeni atmosferici, e dispensando
di conseguenza la vita, dovevano essere continuamente
venerati con offerte
propiziatorie: è questa la tesi che gli studiosi
appoggiano per giustificare gli immensi geoglifi,
probabilmente eseguiti come segni di devozione alle
divinità all'epoca in cui, nella cultura Nazca,
si fece più forte il bisogno d'acqua.
© Michele Dalla Palma |
A ridosso del deserto costiero la Cordillera sale
di quota vertiginosamente, e presenta il carattere
andino del Perù con vasti altipiani,
elevate vette e profonde
vallate. È proprio
qui che, nei coloratissimi mercatini che si affollano
di campesinos provenienti dai paesi circostanti, emerge
in modo evidente la discendenza del popolo peruviano
dallo stesso ceppo asiatico che nel 15.000 anni fa
si insediò nelle Americhe, provenendo, probabilmente,
dallo Stretto di Bering. Nei lineamenti del viso,
nell'incarnato bronzeo, nei capelli foltissimi di
un lucido nero, si riscontrano i tratti somatici tipici
dei pellerossa nordamericani e richiami alle popolazioni
delle steppe asiatiche.
I Signori del Sole
Mura ciclopiche e perfette
che nessuna tecnologia moderna sa spiegare, disegni
giganteschi tracciati nel deserto, abilità
artigianali nella lavorazione della ceramica e dei
tessuti mai più raggiunte, hanno spesso dato
sfogo a fantasie extraterrestri, per tentare di giustificare
la grandezza delle culture sviluppate in questi luoghi
prima della distruzione portata dalle orde devastatrici
della corona spagnola, pochi anni dopo i viaggi di
scoperta di Cristoforo Colombo. Appena finita nella
Vecchia Europa, la barbarie del medioevo trovò
nelle vergini terre sudamericane nuovi sfoghi al bisogno
di saccheggio e violenza delle compagnie di ventura
e dei mercenari, e in pochi decenni sparirono
alcune delle più grandi e importanti testimonianze
della creatività umana.
Fortunatamente, molto del patrimonio Inca riuscì
a sfuggire all'avidità distruttiva di
Pizzarro e dei suoi successori, e oggi il deserto,
così come i fianchi e le cime delle grandi
montagne andine, che hanno nascosto e mantenuto per
secoli oggetti preziosi, vasellame in pregiata ceramica,
e soprattutto tombe e cimiteri sotterranei, ci restituiscono,
una granello alla volta, frammenti di un mondo straordinario,
alieno alla nostra civiltà.
© Michele Dalla Palma |
Cuzco, "ombelico del mondo"
Sulla pampa de Anta si allarga la capitale dell'Impero
Inca: Cuzco, in lingua
quechua Qozco, "ombelico".
Centrale rispetto ai quattro lati dell'Impero, era
la città più importante di questa affascinante
civiltà che ha saputo, senza ruota, nè
animali da soma, costruire immense fortezze con enormi
blocchi di pietra, perfettamente combacianti uno sull'altro,
e collegare quasi in tempo reale, con sentieri che
correvano sui crinali delle montagne "serviti"
da un sistema di corrieri, luoghi distantissimi tra
loro. Si racconta che, nonostante la grande lontananza
dal mare, il banchetto dell'Inca a Cuzco avesse ogni
giorno pesce fresco!
Costruita su pianta a forma di puma,
simbolo di forza e dominio, coricata tra la montagna
e la pampa, e circondata dalla Cordillera, era un
tempo divisa tra la Huanan Cuzco, città alta
e la Hurin Cuzco, città bassa. La "testa"
del puma è invece la cinta della Fortezza di
Sacsahuaman: tre livelli di mura megalitiche che abbracciano
una collina.
Le strade strette, le mura dei palazzi realizzate
con grosse pietre levigate che hanno resistito ai
terremoti e al vandalismo dei conquistadores, sussurrano
ancora oggi storie misteriose di guerrieri e sacerdoti
del grande Impero del Sole. Chiese, palazzi e case
coloniali sono costruite sui resti delle antiche mura
incaiche: gli Spagnoli abbatterono solo la parte superiore
degli edifici, utilizzando poi le mura come basamento
per gli edifici in stile spagnolo. Il singolare risultato
è un'affascinante commistione
di stili che rispecchia con forza tutte le
contraddizioni di questo
paese dalla colonizzazione in poi.
Giunte a Cuzco senza difficoltà a causa di
una guerra civile che opprimeva l'Impero, le soldataglie
di Pizzarro distrussero
tutti i tesori che incontrarono sul loro cammino,
opere d'arte uniche in oro massiccio, raccolte e fuse
in lingotti da spedire in Spagna, come il mitico Coricancha,
il "recinto d'oro", un edificio dedicato
al sole nel quale venivano conservate le mummie reali,
con stanze interamente rivestite d'oro e riproduzioni
a grandezza naturale di piante e animali sacri.
Questa città, dichiarata patrimonio
dell'umanità, è sicuramente il
centro archeologico più importante della storia
americana, e simbolo dei contrasti di un Perù
che cerca di scrollarsi i ricordi di un passato di
violenze e distruzione della cultura e dell'anima
di un popolo grandioso; ferite profonde e insanabili
ancora oggi presenti nel cuore e nei pensieri delle
popolazioni andine.
© Michele Dalla Palma |
Magie perdute
L'irresistibile fascino, e forse insieme il
punto fragile di questo popolo, sta nell'aver scordato
un piede nel passato, nell'aver lasciato al di là
della colonizzazione un elemento fondamentale della
propria civiltà, che ancor oggi pare di poterlo
sentire nella realtà quotidiana: la magia
e la credenza nelle forze della
natura. Certo le chiese hanno raso al suolo
gli antichi templi Inca, per appollaiarsi sulle loro
rovine come avvoltoi. E se non restano che poche tracce
degli idoli religiosi - il condor, il puma e il serpente
appaiono appena tra le rocciose rovine, nei monoliti,
negli arazzi, o nei nomi quechua delle località
- a ben guardare essi sono ancora parte della quotidianità
indios. Ancestrali riti animisti sono eseguiti e convivono
parallelamente in un'accozzaglia di spiriti e santi,
di chicha (la bevanda alcolica degli antichi guerrieri
fermentata dal mais) e acqua benedetta.
Al veneratissimo Inti,
il dio sole, erano dedicati i più importanti
centri di culto, come il famoso Coricancha di Cuzco:
considerato il dispensatore della vita, capace di
far prosperare l'agricoltura e l'allevamento, gli
venivano dedicate grandi feste come l'Inti Raymi,
istituite in occasione dell'avvicendamento agricolo
annuale e delle principali ricorrenze astronomiche,
come il solstizio d'inverno, per loro il 21 giugno.
Nella cosmogonia andina il mondo era considerato come
il risultato della contrapposizione tra coppie di
forze opposte e complementari: uomo e donna, bene
e male, alto e basso. Molto forte il rispetto e la
devozione alla Pachamama, la Madre Terra, così
come per altre divinità femminili, spazzate
via dall'evangelizzazione forzata, che proibì
questi riti con una violenza inaudita e ottusa.
© Michele Dalla Palma |
"Curanderos" e naturalisti
Ma l'antico senso della stregoneria, della magia e
della superstizione è ancora profondamente
vivo tra le popolazioni andine: per l'indio del terzo
millennio, nonostante la cultura e l'istruzione globalizzata,
rivolgersi al "curandero"
(il moderno sciamano) e far dire una messa dal prete
sono egualmente importanti, non si fa l'una cosa senza
aver fatto contemporaneamente anche l'altra. Soprattutto
in caso di malattia, il cristianesimo è inteso
come una supplica alla divinità, non come culto
dell'anima. Spesso la medicina e la scienza sono l'ultima
opportunità, dopo che la magia ha fallito,
e anche il medico è più un santone che
un guaritore.
Definiti dallo scienziato italiano Antonio Raimondi,
che visitò questi luoghi a metà dell'800,
i primi naturalisti del pianeta, gli andini conoscono
da secoli le piante che li circondano, utilizzandole
nell'economia domestica, nelle tinture, nelle costruzioni
e nella cura delle diverse infermità che affliggono
l'uomo. I "conquistadores" non si resero
conto della civiltà che avevano di fronte e,
solo perchè diversa, la considerarono selvaggia
e arretrata; con ingordigia saccheggiarono e distrussero
tutto ciò che trovarono sul loro cammino, ma
non riuscirono ad annullare fino in fondo la vera
forza degli indios: il legame
con la terra e i suoi elementi.
Popoli delle ande
Le popolazioni quechua
e aymara sono le dirette
discendenti della grande civiltà Inca, di cui,
attraverso una trasmissione orale che si è
perpetrata nei secoli, custodiscono ancora il linguaggio
e le antiche tradizioni che permeano tuttora la quotidianità.
Il mercato è da
sempre considerato un momento molto importante nella
vita dell'indio, luogo privilegiato per la socializzazione
nelle grandi distanze andine. Si può bere chicha
in compagnia, discutere e mangiare all'aperto ed effettuare
il baratto, un tempo unico modo di scambiare merci
diverse da quelle che si riusciva a produrre. Affascinanti
anche oggi, nonostante la presenza di mercanzie "globalizzate",
i mercatini che affollano le piazze di ogni paese;
nei fine settimana arrivano da tutti i villaggi circostanti
donne, bambini e vecchi a proporre i loro prodotti.
Spesso è ancora possibile ammirare i colorati
costumi ispirati alle tonalità della natura:
contrasti rossi, gialli, blu, verdi, arancioni, viola.
Un paese da conoscere, il Perù, nei suoi contrasti
e nelle sue magie. Per
avvicinare istinti, suggestioni ed energie primordiali
tra uomo e natura, che le popolazioni andine sono
riuscite a conservare, nonostante l'incalzare del
futuro.
Come ogni magia, destinato a rimanere per sempre nel
cuore e nei pensieri.
© Michele Dalla Palma |
Notizie Utili
Il Perù è il paradiso del trekking
e della fotografia, unico
territorio sul pianeta dove è possibile conciliare
l'alpinismo di alta quota con le suggestioni tropicali
della selva amazzonica e le atmosfere desertiche sull'oceano.
Ogni luogo del variegato paese si presta alla pratica
escursionistica, ma sicuramente il fascino maggiore
è dato dalla scoperta delle straordinarie architetture
dell'Impero del Sole degli Incas, che la foresta "cede"
un po' alla volta alla curiosità degli uomini.
Earth Viaggi di Lecco,
specializzato nelle proposte Perù, offre un
catalogo completo su tutte le destinazioni del paese
andino.
Tel. 0341.286793 - www.earthviaggi.it
Le fotografie della photogallery
raccontano alcuni istanti e atmosfere di questo
viaggio fantastico; sono state realizzate dai
partecipanti al progetto Nikon School Travel
- Magie del Perù, coordinato e diretto
da Michele Dalla Palma, che ha insegnato “sul
campo” i segreti per scattare immagini
come i grandi fotoreporter.
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