Sottili volute di fumo salgono lente dal bastoncino d'incenso, si diradano nell'aria fino a perdersi nelle ampie volte di marmo bianco del tempio jainista di Ranakpur, insuperabile capolavoro di pietra. Osservo la piccola figlia del bramino, assorta nelle sue recite, mentre conduce alla preghiera i fedeli che sono appena entrati nel tempio e le si sono inginocchiati accanto. Offerte di riso in forma di croce e monete indiane a propiziare il rito. Poi le donne si alzano e si avvicinano alla statua di Adinath, depongono un'offerta e si soffermano per un istante a chiedere che venga esaudito il loro desiderio. Sugli architravi delle sale, numerose danzatrici intarsiate nel marmo seguono divertite la scena ripetersi costantemente per tutta la giornata.
Anche il bramino padre ha un'aria sorniona un po' assorta: la barba pettinata e l'aspetto curatissimo lasciano trasparire un copione consumato, ma la sua cordialità è sincera e volentieri ci accompagna tra le colonne di Chaumukha. Il tempio jainista è pulitissimo, l'igene è parte integrante di questa filosofia. La sua particolare forma è a croce, alle estremità si aprono quattro porte, contiene 29 sale e 1444 colonne, tutte scolpite con decorazioni diverse, floreali o geometriche, immagini di divinità jain e indù, con una cura del particolare ed una raffinatezza dell'intarsio che lascia stupefatti.
La porta centrale è decorata con statue che riproducono scene tratte dal Kamasutra: “Un tempo i bambini venivano lasciati a giocare qui sotto perchè imparassero da soli”. A noi scappa da ridere ma a lui no, questa volta non sorride.

Universo dalle mille vite
Gli antichi colonizzatori del Rajasthan con ogni probabilità erano gli antenati di Goti, Unni e Sassoni, che conquistarono successivamente anche l'Europa. Originariamente furono i Sudras i primi invasori di lingua Scythian, e dopo di loro fu il turno di alcune popolazioni di lingua sanscrita, parenti degli antichi persiani, che importarono una religione con una forma di adorazione del fuoco, forse addirittura monoteista, le cui tracce oggi sono ancora presenti nei Veda, le antiche scritture della civiltà indiana. Quando questa forma di fede cominciò a diventare flebile, fu succeduta dalla mitologia dei Purana, che da allora è il credo degli Indu. Ondate tardive di immigrazione hanno importato, infine, la religione islamica, che oggi rappresenta un settimo della popolazione totale del Rajasthan.
Storie e leggende dell'impero Mogul
La più grande dinastia imperiale durante la dominazione mussulmana in India fiorì dal 1526 al 1707; il suo fondatore fu Babur, detto il conquistatore, discendente del grande conquistatore mongolo Tamerlano. Scacciato dalle sue terre, Babur decise di invadere l'India per cercarsi un altro regno, che costruì partendo dal Rajasthan (che rimase sempre “cuore e anima” dell'impero Mogul) fino a estendere il suo potere dall'Afghanistan al Bengala, favorendo le migrazioni turche in India, e accrescendo così il peso della religione islamica in questo paese.
L'impero raggiunse il culmine con il terzo imperatore, Akbar, detto “il grande”, che completò le conquiste, sottomettendo il Gujarat e i principi indu Rajputi, che furono ammessi nell'apparato amministrativo Moghul come esattori delle tasse. Akbar fondò la nuova capitale di Fathepur Sikri e cercò di creare una nuova religione sincretistica tra l'Induismo e l'Islamismo. Gli ultimi vagiti dell'impero si affievolirono con Aurangzeb, figlio di Shah Jahan, definito l'”Imperatore del mondo”. Sanguinario e fanatico, Aurangzeb dedicò gli ultimi anni del suo regno ad una lotta incessante contro i principi indù Maratti, che si erano creati regni propri nell'India meridionale.
I Moghul sono rimasti famosi per lo sfarzo della loro corte imperiale, per lo splendore delle loro capitali, Delhi e Agra, per i capolavori architettonici e i loro stupendi monumenti, primo fra tutti il Taj Mahal, costruito dall'imperatore Shah Jahan come tomba per sè e per la propria sposa, la bellissima imperatrice Mumtaz Mahal. Mai amore fu così grande ai tempi dell'impero: sposatasi contemporaneamente con 4 delle altre mogli del principe, Arjuman Banu Begam, questo il suo vero nome, fu sempre la preferita tra le oltre 3000 concubine dell'harem, meritandosi l'appellativo di Mumtaz Mahal, “il gioiello del palazzo”.

La terra dei “Grandi Re” e dei grandi contrasti
Rajasthan, paese dei Maharaja, i “grandi re”, terra di enormi ricchezze, magnifici palazzi e imponenti fortezze, leggendarie dimore dei Raja, da sempre è stato il crocevia di traffici e commerci, sviluppando un forte senso dell'ospitalità, una forte identità e uno strenuo attaccamento alla cultura locale, con tutti i nessi, positivi e negativi, che ciò comporta. Da un lato l'eccessivo radicamento nelle tradizioni, che, fortunatamente traghettate nel terzo millennio, consentono di avvicinare una cultura straordinaria e autentica; dall'altro il fossilizzarsi di consuetudini tribali inossidabili, come i matrimoni organizzati tra bambini, o la tradizione antichissima dellasati, la pira dove si bruciano insieme il corpo del marito morto e quello della moglie viva.
E infine i contrasti, nascosti ma reali, tra appartenenti a religioni diverse, che sfociano spesso in contrapposizioni tra diverse visioni della vita.
Gli induisti sognano una conversione in massa dei mussulmani (come sostiene Rajmata, decana del risorgimento indù che vorrebbe trasformare l'India da una democrazia secolare in uno stato induista ultranazionalista).
A loro volta i 150 milioni di mussulmani, la minoranza religiosa più consistente dell'India, considerano gli induisti come “coloro che non sono ancora divenuti fedeli”.
I Sikh rivendicano una maggiore visibilità e considerazione nello stato indiano, insieme ai jainisti, che invece proseguono dritti per la loro strada, convinti che la verità sia con loro, e per questo estendono il rispetto che già hanno per tutti gli esseri viventi, insetti compresi, anche ai “non-fedeli”.

Le caste, mondo immobile che sta per scoppiare
Fortissime sono anche le spaccature e gli attriti tra appartenenti a caste diverse. Anche in occidente esiste un sistema di “caste sociali” nel quale l'abito (che insieme ai feticci della nostra realtà identifica lo “status”) costituisce un elemento importante. Però in gran parte dell'India rurale la casta detta non solo quello che si deve indossare, ma dove e come si deve vivere, quale mestiere si può fare e con chi ci si può sposare. Anche di che colore si può dipingere la propria abitazione.
E' riconosciuto che il sistema delle caste ha permesso di tenere insieme delle comunità così vaste e stabilito un sistema di ordine e disciplina tramite il quale il governo ha potuto governare, i commerci sono fioriti, i poveri sono stati mantenuti e si sono sviluppate le arti. Ciò che caratterizza il modello delle caste indiano è la sua rigidità, e l'importanza che esso riveste nella filosofia di vita indù. Se questo ai nostri occhi può sembrare restrittivo, è invece all'interno percepito come rassicurante. Dietro l'apparente caos della vita indiana c'è una rigida rete di tremila caste e sottocaste. Tutti conoscono il proprio ruolo ed i comportamenti ritenuti accettabili; se ognuno si comporterà bene in questa vita potrà sperare di reincarnarsi in un bramino o in un illuminato nella prossima, sfuggendo al ciclo eterno di sofferenza e rinascita. Ecco allora che per un indù spostarsi dal sistema delle caste significa minare le fondamenta della società, sfidare il ciclo cosmico della natura.
Ma è la natura stessa che rende gli uomini tutti uguali, e riesce lì dove nessuna religione è mai riuscita: la siccità, che colpisce tutte le classi, tutte le caste. In quell'angolo di mondo protetto dai Monti Aravalli, dove non arriva il monsone e pochissime sono le piogge, è proprio la mancanza di acqua che rende tutti uguali sotto lo stesso cielo.

Puskhar, universo di colori
Il Rajasthan è famoso per la passione delle sue donne di abbigliarsi con colori sgargianti. Qualche giorno prima del plenilunio d'autunno, nel mese di Kartik (novembre), i pellegrini da ogni parte dell'India giungono a Pushkar per partecipare ad una delle più importanti manifestazioni della cultura indù, e le donne ne riempiono le strade della piccola città con i colori vivaci dei loro saree.
Ai margini del deserto del Thar, nel mezzo della catena dei Monti Aravalli, Pushkar è un centro di pellegrinaggio per gli indù di tutta la nazione. Il suo lago, secondo la leggenda, nacque da un fior di loto caduto di mano al dio Brahma, ed è uno dei tirtha (letteralmente attraversamento, cioè luogo sacro dove si passa dal mondo degli uomini a quello degli dei) più venerati dagli indù, che, al pari di Benares e del Monte Kailash in Tibet, può assicurare meriti sulla via della liberazione.
Dotate di un portamento elegante, le donne rajput erano chiamate “figlie dei re”; sempre ingioiellate come principesse, sono solite indossare un'ampia gonna lunga sino alle caviglie, un corpetto che lascia scoperte schiena e pancia e un velo sul capo che scende a coprire lo sguardo in presenza degli uomini, in rispetto all'antico costume della purdah. Caviglie, polsi, braccia e gomiti, orecchie e naso, ogni centimetro di pelle è adornato da monili in argento che luccicano fascinosi al riverbero del sole del deserto. Ma sono i colori la vera passione delle donne rajasthane. Fino a poco tempo fa si estraevano da componenti naturali: gli arancioni e i gialli da gelsomino e zafferano, i rossi e i porpora dalla corteccia del gelso, i blu e i verdi dall'indaco e dai pistacchi, il nero dal solfato di ferro. Oggi sono sintetici, meno romantici ma ancora più brillanti.

Cuore pulsante dell'induismo
All'origine, la fiera di Pushkar era esclusivamente un evento religioso, vi affluivano non solo pellegrini, ma anche sadhu e guru, letterati e scrittori. Fu l'imperatore moghul Jahangir ad introdurre una fiera di cavalli, successivamente divenuta fiera dei cammelli, cui tutti gli allevatori del Rajasthan partecipano per vendere i loro capi. Sulle dune dorate attorno alla piccola cittadina si installano le famiglie con le tende, i pellegrini di passaggio e tutti i nomadi zingari del deserto, che utilizzano la fiera per rifornirsi di tessuti ed attrezzi, oltre che per venerare Brahma, facendo abluzioni sulle sponde del lago. Il bagno più sacro e purificatore è quello della notte di luna piena, le strade rigurgitano fiumi in piena di gente di mille colori. In certi momenti non si riesce ad andare nè avanti nè indietro, un magma umano sale i gradini del tempio o si riversa sui ghat, i gradoni che scendono al lago.
Qui, a piccoli gruppetti, uomini e donne si separano e iniziano le abluzioni purificatrici: dapprima versandosi addosso dell'acqua per lavarsi dai peccati, poi immergendosi completamente nel liquido verdastro e melmoso che luccica di barchette di foglie, contenenti fiori, riso e un lumino acceso. Uscendo, gli abiti incollati al corpo, le donne si aiutano nel rivestirsi con abiti puliti, come d'abitudine dopo essersi immersi nelle acque purificatrici.
La notte di Dewalhi non è solo un'occasione importante per partecipare ad un folcloristico rito collettivo, che oggi richiama turisti e hippy nostalgici da tutto il mondo. È soprattutto una finestra aperta sulla storia, spazio senza tempo dove toccare con mano il rapporto degli indiani con la loro religione, che è vita, scambio e partecipazione. Osservando l'arrivo di milioni di pellegrini indù che si bagneranno nelle acque sacre del suo lago, e quello di migliaia di cammelli condotti alla fiera del bestiame, sento che sacro e profano, fede ed affari coincidono, in un indissolubile legame che permea la vita arcaica dei nomadi del deserto e dei cammellieri.

Jaisalmer, la città d'oro
Jaisalmer è la città dell'oro e dell'argento, preziose caratteristiche che la distinguono. La città, nelle sfumature del tramonto, sembra davvero d'oro con le sue case e i bastioni delle mura in arenaria dorata. Ma il fulcro del commercio a Jaisalmer è da sempre l'argento. Storicamente questa città persa nelle sabbie del Thar si è conquistata la fama di maggior centro commerciale del deserto, controllando tutte le merci e i mercanti che percorrevano le vie carovaniere dalla Persia all'India centrale. Percorrendo le viuzze del suo angusto centro storico, tra templi indù e jainisti, case private e piccole guest-house ricavate sui siti più panoramici nei bastioni, si può assaporare la vita che scorre lentamente sulle piazze sottostanti. Ogni vicolo nasconde un segreto, un angolo inatteso che si svela ai nostri sguardi curiosi: una donna attinge acqua al pozzo ed attende che la vacca si disseti prima di rientrare in casa con la sua tinozza; poco distante una porta si apre sul cortile interno di un haveli, tipica abitazione con arenaria finemente scolpita sulle balconate dei poggioli, da cui si sporgono sorridenti due begam, aristocratiche mussulmane.
Che impressione essere “turisti”: siamo noi che osserviamo loro o sono loro che guardano noi?

Jodhpur, la città blu
Perdersi a Jodhpur è come perdersi in una goccia d'acqua di mare: la città, sovrastata dal magnifico forte Meherangarh, maestosa residenza del Maharaja, per secoli inattaccabile dai nemici, vista dall'alto è un mare di sfumature, dall'azzurro, al turchese, al blu. L'usanza di dipingere di blu le abitazioni dei bramini dipende dal fatto che questo colore serve a scacciare le mosche, ci spiega la guida, ma io metto il naso in tutte le case e penso che deve essere bellissimo avere il cielo in una stanza!
Jaipur, la città rosa
Jaipurla città rosa, per i tetti delle sue case dipinti di rosa in occasione della visita di Edoardo VII, figlio della regina Vittoria, e ancor oggi ogni tre anni ridipinti dello stesso colore. Al Johari bazar, rinomato mercato per le botteghe degli antichi gioiellieri, si trova ogni sorta di merce, dai gioielli più preziosi, alle profumatissime rose vendute nei chioschi di legno. Gli abitanti di Jaipur sono intraprendenti, la città è la più caotica del Rajasthan, un traffico intenso ne gonfia le vie di comunicazione. Risciò, biciclette, automobili, carri con buoi, motociclette e uomini a piedi si mescolano in un'orda indescrivibile. Un attimo prima sembrava inevitabile uno scontro e un attimo dopo ogni veicolo trova un minimo spazio per guizzare verso la sua direzione, e ti chiedi quale dio sia intervenuto ad evitare l'impatto!

Udaipur, la città bianca
Bianca è invece la città di Udaipur, così chiamata perchè i suoi splendidi palazzi sono tutti candidi. E' la patria del raja dei raja, l'attuale Maharana, il più potente maharaja di tutto il Rajasthan, e sorge sulle rive del lago Pichola e intorno a numerosi laghetti minori. Tra tutti spicca per bellezza e grandezza il City Palace, un tempo dimora del raja, oggi centro culturale che comprende musei, raccolte storiche ed una scuola di miniaturisti.
“Namastè!” mi dice il piccolo sadhu avvolto in un cencio rosso scolorito cercando di intrattenermi.
“Namastè” rispondo io.
“Italia?”
Sì, faccio cenno col capo, ma non capisco se intende che vengo dall'Italia o se sto ritornando in Italia.
Poco importa, mi affretto sulla via a raggiungere i miei compagni, il mio viaggio è finito purtroppo. In ogni caso si trattava della verità.