© Abbas Kiarostami
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Sono in molti a considerare Abbas Kiarostami
uno dei maggiori cineasti contemporanei,
un autore che ha cambiato il nostro modo di vedere il cinema.
E, tuttavia, il regista iraniano non è soltanto un
autore immenso, un nuovo cineasta
o un cineasta in più.
Come le grandi figure di artisti rinascimentali, è
un autore “totale”
capace di esprimersi attraverso mezzi e linguaggi diversi:
il cinema naturalmente, ma
anche la fotografia, il video,
la poesia, il teatro.
Torino gli rende omaggio, dal 18 settembre al 12 ottobre,
con una manifestazione organizzata dal Museo
Nazionale del Cinema in collaborazione con la Fondazione
Sandretto Re Rebaudengo e la Scuola
Holden che prevede una serie ricchissima di iniziative
tra cui spiccano la retrospettiva
completa dei suoi film e due
mostre fotografiche inedite.
La fotografia ha assunto un peso crescente nell’attività
di Kiarostami, imponendosi come un mezzo autonomo di espressione.
“Le due serie fotografiche in mostra a Torino sono
la summa dei lavori di molti
anni” spiega Kiarostami, “metterne insieme gli
elementi e accostare le due raccolte è un po’
come sistemare diversi specchi
per potersi guardare da diversi punti di vista. Per esempio,
il tema delle strade non è
una mia scelta di oggi. Non ricordo qual è stata
la prima strada davanti alla quale mi sono fermato per scattare
una fotografia. Ogni strada era una strada isolata, a sé
stante. Quando ho aperto la cassa che contiene tutto il
mio materiale, mi sono reso conto di quante strade ho fotografato
in tutti questi anni”.
Infine, prima di lasciare la parola
all’autore iraniano che parla della sua visione
della fotografia, segnaliamo il volume Kiarostami,
a cura di Alberto Barbera e Elisa Resegotti (edito per l’occasione
da Electa), riccamente illustrato e contenente saggi inediti
e interviste, che si propone di condurre il lettore, anche
non specialistico, all’interno dell’universo
creativo di uno dei maggiori artisti contemporanei.
© Abbas Kiarostami
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Credo che l’immagine sia, in qualche modo, la
madre di tutte le arti. Devo ammettere che, se sono stato
attirato dal cinema, è perché intellettualmente
l’immagine mi ha sempre sedotto.
Sia per l’immagine fotografica, che per la pittura,
ho continuamente subito questa influenza che mi ha condotto
al cinema.
Eppure, se mi sono lanciato nella regia, non è perché
il cinema sia un’arte più completa o, come
si è soliti dire, la sintesi di tutte le arti.
Ho sempre pensato che la fotografia, la pittura, l’arte
grafica, ecc.., abbiano un loro proprio ruolo e che ogni
ambito artistico sia importante.
Tuttavia, la fotografia ai miei occhi, occupa uno spazio
a parte. Mi ricordo la lavorazione del film Il
coro nella città di Rasht. Noi avevamo finito
le riprese e, come d’abitudine, tutti avevano disertato
il set.
Alcuni erano anche già rientrati a Tehran. Il giorno
dopo, ero rimasto solo a Rasht con una macchina fotografica,
in mezzo a queste strade strette, questi muri di cemento
umido, questi muri di gesso ricoperti di muschio, queste
vecchie porte di legno.
© Abbas Kiarostami
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Sono rimasto in quel luogo diversi giorni, trascorrendo
il mio tempo a fotografare, in tutta tranquillità,
senza essere costretto a discutere con il capo operatore,
il fonico, gli altri membri della troupe, per realizzare
ogni inquadratura.
In effetti, in sedici giorni mi ero limitato a seguire la
sceneggiatura, tenendo conto di tutte le difficoltà
connesse al lavori della regia. Adesso, invece, potevo cercare
l’immagine che volevo in tutta libertà.
Credo che, fondamentalmente, l’immagine sia all’origine
di tutto.
Molto spesso ho scritto sceneggiature a partire da un’immagine
mentale.
A partire da un’immagine che avevo nella testa ho
elaborato e completato il testo. Ad esempio, Il
vestito per il matrimonio era inizialmente solo un’immagine:
quella di un ragazzo, che di prima mattina innaffia dei
gerani con un’aria perplessa. Quest’immagine
doveva costituire la trama della sceneggiatura del lungometraggio
preso in considerazione. Al quarto giorno di riprese, quando
stavo girando la scena dei gerani, mi sono bruscamente accorto
che non aveva assolutamente più l’impatto che
avevo immaginato.
Cioè, la storia che si era creata attorno a quell’immagine,
l’aveva come dissolta, rarefatta, annullata.
© Abbas Kiarostami
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Mentre in Dov’è
la casa del mio amico si è verificata la situazione
opposta, la scena-chiave, cioè, emerge: un bambino
corre verso un albero collocato alla fine di una strada
che si addentra nella collina.
Conservavo questa immagine nella mia mente da molti anni,
molto prima della realizzazione del film. Potete ritrovarla
anche nei dipinti e nelle foto dell’epoca. È
come se fossi stato attirato inconsapevolmente da una collina,
un albero solitario.
Questa immagine l’abbiamo ricostruita fedelmente nel
film: la collina, la strada, l’albero, costituiscono
la scena in questione. Probabilmente, la fotografia è
per ogni cineasta una necessità di base. All’inizio,
perché gli insegna a vedere e gli consente di accumulare
delle immagini nel suo spirito.
È possibile trattenere queste immagini o respingerle
come inadeguate, perché distinguere e selezionare
la bellezza eterogenea si rivela un lavoro complesso e difficile.
Soltanto la fotografia ci permette di acquisire questa capacità
di scelta, essa educa il nostro pensiero, lo sguardo, per
quel che riguarda il senso dell’equilibrio, l’armonia.
In effetti, se si considera che la bellezza costituisce
l’essenza dell’arte e che questa esprime equilibrio
e armonia, allora la fotografia è una strada per
capire il significato fondamentale.
Secondo me il fotografo ha la possibilità di registrare
il suo senso e il suo gusto estetico in circostanze diverse.
Può mettere i suoi negativi in un cassetto e farvi
riferimento nel momento voluto per comparare o studiare
l’evoluzione della sua sensibilità estetica.
Infatti, il ricorso all’immagine è, in un certo
senso, una “occupazione” mentale propria di
tutti gli esseri umani. Quando ho visto il film Dov’è
la casa del mio amico, ho ritrovato, vent’anni
dopo, immagini di un tempo: una strada, un cane, un bambino,
un vecchio, la storia del pane (cfr.
Il pane e la strada).
Mi è tornato tutto in mente vent’anni dopo.
Questa ripetizione si prolunga inconsapevolmente. La fotografia
soddisfa i sentimenti creativi e rende possibile l’accesso
alla serenità. Nel suo ambito è custodita
una purezza strana. Quando ho visto le fotografie scattate
da Kasraian sulla montagna del Damavand ho pensato che fosse
il culmine del sacro e della devozione: passare mesi e anni
a fotografare queste alte vette costituisce, ai miei occhi,
qualcosa di sublime che consacra la superiorità dell’arte
fotografica sul cinema.
La strana purezza della fotografia si manifesta quando ci
si ritrova da soli con se stessi... il silenzio non è
disturbato dallo scatto dell’otturatore, nel momento
in cui impressiona l’istante.
Tutta l’immensità dell’essere si trova
contenuta, racchiusa nell’apparecchio, in modo da
poterla custodire nel nostro cuore e preservarla serenamente.
Noi guardiamo le cose con sguardo idealista, le crediamo
vicine, cioè, a ciò che noi pensiamo.
© Abbas Kiarostami
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Sfortunatamente, però, non è un caso
frequente… Per esempio, se dietro quella collina,
al posto di un cielo blu assolato ci fossero nuvole bianche
che, con la loro ombra, donassero delle sfumature al paesaggio,
questo sarebbe molto più bello… In un certo
senso divina, la fotografia permette di impadronirsi della
natura e dell’essere. Non dobbiamo pertanto dimenticare
che è difficile accedere a questo stadio privilegiato.
Si deve saper guardare, saper vedere. Tutto si riassume
nel modo di vedere.
Il segreto sta nella conoscenza di questo modo di vedere
e di guardare.
Possediamo due gioielli dal valore inestimabile che dobbiamo
valorizzare.
Un giorno, passeggiavo con mio figlio e lui, che era ancora
un bambino, mi disse: “Papà, l’occhio
è una cosa bizzarra, vero!”, io gli chiesi
perché, e lui mi rispose: “Perché due
vetri rotondi così piccoli sono in grado di vedere
tutte queste cose così grandi”. Mi sono reso
conto allora che stava guardando gli alti edifici della
banca Mellat che si elevavano davanti a noi.
Talvolta, i bambini ricordano agli adulti lo stupore.
Adoro guardare. Guardare in silenzio, soprattutto la natura.
Quando si ama qualcuno lo si fotografa, non avete che da
vedere il vostro album di famiglia.
Il mio album di famiglia è pieno di foto della natura.