"La fortuna
è di esser nati poveri. Mio padre è
morto quando avevo nove anni, io ero il più
grande dei miei fratelli e mia madre voleva che studiassi.
Ho provato l'avviamento; il primo anno sono riuscito
a farlo ma il secondo... E' che a casa non c'era molto
da mangiare e io non avevo mai avuto un giocattolo.
Tutti, quando sei povero, ti guardano dall'alto in
basso e mia madre ha dovuto cercare lavoro all'ospizio
di vecchi. A quel tempo non esistevano le lavatrici
e lei lavava i panni per loro mentre io l'accompagnavo.
Eravamo veramente molto poveri. (...)
Poi a tredici anni son voluto diventare tipografo.
Passavo di fronte alle vetrine di una tipografia e
vedevo quelle composizioni - i caratteri al rovescio,
quelli più grandi, gli scacchi... e mi affascinavano.
Fare il tipografo è veramente il mestiere più
bello del mondo e ora per questi mestieri non c'è
più spazio. Ho cominciato a vedere le macchie
sul muro, i fili di ferro. Sono meravigliosi. Tutto
è bello. Mi sono messo a fotografare ma le
prime foto le ho buttate, a volte insieme ai negativi.
Il bianco, il nero, il mosso: sono tecniche che richiedono
molta precisione e quando non si è convinti
del risultato, meglio buttare.
Così poi ho fatto l'ospizio. Ci sono andato
tre anni senza macchina fotografica. Quando fotografavo
pensavo a quello che si dice su Dio: che è
buono, che non si muove foglia che lui non voglia...
ma quello che ho visto, nell'ospizio... Sembra che
le foto possano essere indifferentemente buone o cattive
e che tutto sia un po' affidato al caso, invece non
è così. A volte nascono dal niente o
dal tutto che è la stessa cosa. Io cerco di
fotografare i pensieri. L'oggetto mi è utile
per trasmettere quello che vuole dire. Niente viene
a caso, il bianco, il nero. Come nella famosa foto
di Scanno: la figura nera aspetta il bianco. (...)
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Dopo l'ospizio ho realizzato Scanno, la Puglia e
riflettevo sempre su quello che facevo, su quel che
avevo fatto. Un anno dopo l'ospizio ho fatto Lourdes.
(...) Era una situazione da star male, non c'era niente
da fare. (...) C'era un bambino con gli occhi scavati,
le gambe intrecciate tra loro... gridava come un gorilla,
i genitori spingevano la carrozzella. Io mi vergognavo,
come si faceva a fotografare così? E dicevo
tra me e me: "Ma come, non hai avuto paura dell'ospizio,
ora?". Ma quelli dell'ospizio avevano vissuto,
avevano ottanta, novanta, novantacinque anni... questi
sono giovani, bambini. (...)
Certo, esistono situazioni dure da sopportare. Credo
che se dovessi morire e scoprire che di là
non c'è niente, mi incazzerei tanto da tornare
sulla terra e sfasciare tutto. Non è che penso
che ci sia una vita dopo la morte, me lo auguro soltanto.
Perché se fosse vero, sarebbe un tradimento
terribile da parte della Chiesa. E un tradimento così
non si dovrebbe proprio fare. (...)
Per me non è importante la foto singola, ma
la serie, il racconto. Ciò che conta è
quel che nasce nella mia mente. Quasi sempre mi capita
di vedere le foto prima di farle. Anche la serie dei
pretini è nata dal mio interesse per la gente
umile, povera. Loro erano tutti figli di contadini.
Mi attirava quella situazione, mi attiravano le sottane
lunghe. Così come, fotograficamente, il nero
mi attira, il bianco mi attira. (...)
A volte la vita è così, c'è
un caso cui neanche pensiamo. Per me, prima nascono
le foto e poi, magari, trovo una poesia adatta. Quelle
foto, ad esempio, all'inizio le chiamavo Pretini e
basta. Dopo, disgraziatamente, ho messo il titolo
della poesia di David Maria Turoldo "Io non ho
mani che mi accarezzino il viso" e tutti ora
le chiamano così. Ci sono tante cose da vedere
quando si fa una foto. Io poi sono nato grafico, fotografo
e grafico e questo mi ha aiutato molto. Non un grafico
come quelli di oggi, con il computer. Io sono un grafico
con la testa.
L'ultima foto che ho realizzato, quella che apre
il libro, ha una storia strana. Ho sognato i cani
e la testa di un uomo che appariva. Delle volte, faccio
qualche foto così, con l'autoscatto, tanto
per finire il rullino. Del resto siamo tutti su questa
terra come teatro, e allora ho fatto uno scatto con
dei piccioni di plastica e un dobermann. Quando sono
stato male e sono stato operato l'ultima volta, non
mi venivano in mente fotografie, ma mentre ero disteso
al buio, vedevo tante cose strane, tante immagini
che mi passavano negli occhi. Vedevo i piccioni. A
me sono sempre piaciuti, fin da piccolo... Mi affascinano
perché tornano sempre. E poi vedevo farfalle
di tutti i colori - pensare che non ho mai fotografato
le farfalle - e allungavo le mani come per prenderle.
Piccioni, farfalle... Tutto nel grigio perché
quando sono malato mi manca molto il sole e vedo tutto
grigio, come la prima volta che sono stato operato.
Quando sono uscito dall'ospedale e sono tornato a
casa, son voluto andare nel mio studio per camminare
in mezzo alle fotografie: per me non c'è miglior
medicinale al mondo, niente che mi tiri su come le
foto. E sono andato nel mio studio, ho visto tante
immagini, molte le ho riconosciute, ma non le farfalle.
Poi ho visto la foto, i piccioni, la faccia dell'uomo,
i cani e ho pensato: Questo ricordo lo vorrei raccontare.
Così è nato il titolo della fotografia.
Non è che "voglio" raccontare il
ricordo, ma lo "vorrei" raccontare, mi piacerebbe
poterlo fare". |